Banco Del Mutuo Soccorso in concerto a Roma, un passato tutt’altro che remoto

recensione banco del mutuo soccorso roma 24 marzo 2013

Osanna e Banco Del Mutuo Soccorso insieme in concerto. I due giganti del prog italiano si sono esibiti ieri sera a Roma.

Roma, Auditorium Parco della Musica, 24 giugno 2013. Ci si perdonerà la forzatura metaforica: poche forme d’espressione musicale possono rimandare l’idea di un volo magico con la stessa forza del rock progressivo. All’indomani della sua scomparsa, a colui che di quel volo si fece interprete –  quel Claudio Rocchi mai sufficientemente considerato in vita – la cavea dell’Auditorium tributa con commozione quello che è solo il primo di una lunga serie di convinti applausi. A dividersi il palco ci sono infatti due realtà che il nostro prog può a buon diritto considerare totemiche: i partenopei Osanna di Lino Vairetti e – soprattutto – il Banco del Mutuo Soccorso.

Meno noti ai più, gli Osanna hanno indirizzato la loro opera a una assai preziosa contaminazione di influenze, che li ha visti mescolare con gusto Genesis, freejazz e architetture classiche sul grintoso canovaccio di un folk rock a metà tra Zeppelin e Jethro Tull. E Commedia dell’Arte: trucco sgargiante e movenze istrioniche, Vairetti e compagni ripropongono con passione e istinto una formula che il tempo pare non aver affatto scalfito. Fra cadenze latine, granitici incisi ritmici e citazioni di Zeppelin ed Hendrix, il quintetto di Napoli si concede ospitate illustri (insigne sinonimo di Van Der Graaf Generator, David Jackson suona due sassofoni contemporaneamente e il suo cesellare illumina come sempre la scena, mentre le tastiere dell’eccentrico Gianni Leone portano un po’ del brio del Balletto di Bronzo in brani già di per sé traboccanti vigoria come i classici Uomo, Oro caldo e ‘O Napulitano) e si guadagna l’applauso grato che spetta ad ogni storia fantastica ben raccontata.

Spendere parole sul Banco è in realtà operazione assai più complessa: cosa si può dire di una band simile, senza scadere nella più vuota e trita celebrazione? Si può raccontarne il concerto: quel concerto che è un oceano di onde calme come l’andatura di Francesco Di Giacomo, e che come la sua impareggiabile voce si increspa improvviso e drammatico. È un passato che appare tutt’altro che remoto, quello dei primi tre album (il debutto omonimo, ma anche i mitologici Darwin e Io sono nato libero) dai quali la band attinge nel confezionare la scaletta.

Che siano la natura mutante di Metamorfosi o il monolite marziale di Cento mani e cento occhi (in una versione tra le più complete di sempre), la dolcezza inconsolabile di 750000 anni fa…l’Amore? o quella rassegnata di Non mi rompete, la ricerca che è dietro a queste ineguagliabili composizioni le rende – e sempre le renderà – punti di riferimento indispensabili: che lo sappiano o no, questi “ragazzi”. E chissà, forse davvero non lo sanno: giocano, improvvisano pause e rincorse, sorridono, mostrano la solita  cura di suoni al tempo stesso classici e moderni, ringraziano e salutano quasi timidi come certi adolescenti e a fine show fanno ricordare che novanta minuti di Banco non differiscono granché dai sessanta degli Osanna. Finiscono dannatamente troppo presto.

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