La divina Björk incanta Roma con la sua sofferenza

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di Emanuele Mancini
Foto di Musacchio & Ianniello

Auditorium Parco della Musica, Roma, 29 luglio 2015. Sette anni. Tanti ne sono passati dall’ultima apparizione di Björk alla Cavea dell’Auditorium e altrettanti ne erano passati dal suo primo concerto in assoluto nella Capitale. Un’orbita lenta, degna di un pianeta lontano che mostra le sue meraviglie solo quando arriva il momento giusto, sicuro che staranno tutti a guardare. La sensazione di essere stati partecipi al manifestarsi di qualcosa di extraterrestre è impressa su ogni viso, è negli applausi che il pubblico non riesce a contenere e che spesso straripano a scena aperta, è nella visibile tensione emotiva che tiene tutti incollati alle sedie. Il concerto di Björk fa categoria a parte. Nessuno come lei è stato capace di unire linguaggi semplici e complessi: ricerca e sperimentazione che prendono la forma del pop, dell’elettronica da classifica, e la sua voce, così spontanea e dirompente, a traghettare il tutto dritto al centro del cuore di chi l’ascolta.

Björk sale sul palco col volto coperto (come in tutte le altre date di questo tour, ma con un abito e una maschera sempre diversa), vestito rosso e zeppe rosa. Rispetto ai concerti di Biophilia e di Volta la scenografia e i musicisti sono ridotti all’essenziale: con lei il percussionista Manu Delgado, il producer e genio dell’elettronica Arca (Kanye West, FKA Twigs) e una sezione d’archi composta da quindici elementi. Alle loro spalle, su un imponente muro di led si alternano i video musicali dei singoli di Vulnicura, dei video (disturbanti) che mostrano la riproduzione di alcuni insetti e dei visual minimalisti che seguono all’unisono gli strumenti, dall’effetto ipnotico e che agevolano l’immersione totale in canzoni non di facile fruizione come Black Lake. Nessun coro ad accompagnarla: dopo tanti anni la sua voce è di nuovo l’unica presente sul palco. Un segnale, la volontà di essere sola ad elaborare e nell’esporre la sua sofferenza.

Il suo ultimo lavoro è un unico racconto diviso in nove canzoni, incentrato sulla fine della relazione con Matthew Barney (l’autore del ciclo di Cremaster). Un momento che ha segnato profondamente la vita dell’autrice, così tanto da renderne necessaria la descrizione nella maniera più accurata possibile, per dimostrare a se stessa e condividere col mondo “quanto fosse biologico questo processo: la ferita e il suo rimarginarsi”. La scaletta di questo tour dunque non poteva che essere focalizzata sul suo ultimo disco, eseguito quasi per intero (unica esclusa Atom Dance) e con i primi sei brani che ne seguono la tracklist, dall’introduttiva Stonemilker fino a Notget, mostrando la necessità di rappresentare Vulnicura quasi come un’unica pièce, che non poteva essere intervallata dalle canzoni della sua passata produzione. La voce di Björk è la vera protagonista e, se possibile, sembra essere migliorata col tempo: vola alta sulle imponenti trame elettroniche e abbraccia le parti orchestrali con la naturalezza che la contraddistingue e con una potenza che lascia a bocca aperta e occhi spalancati.

Il concerto cambia rotta alla sua metà esatta con Come To Me (dal suo album d’esordio Debut), riarrangiata in una versione più solenne e in linea con il resto dell’esibizione, seguita da The Pleasure Is All Mine (da Medulla), I See Who You Are (Volta), Harm Of Will (Vespertine) e All Neon Like (Homogenic), prima di riprendere e chiudere il racconto di Vulnicura con Quicksand e Mouth Mantra. Nessuna delle canzoni scelte dalla sua passata discografia è fra i singoli più conosciuti della cantante islandese, neanche la conclusiva Mutual Core; ma non importa. Non c’è spazio per nessun disappunto, l’esibizione è talmente intensa e coinvolgente che basta così com’è, e probabilmente farà venire voglia di riscoprire e approfondire la produzione di una delle poche opere d’arte viventi della musica contemporanea.

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