I Blondie per la prima volta in Italia: la ruggine si sente, ma vince il mito

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Storico concerto per i Blondie al Magnolia di Milano: anche se gli anni si fanno sentire, certi classici sono intramontabili. Ecco la recensione della serata del 3 settembre 2014.

Circolo Magnolia, Milano, 3 settembre 2014. Dovete sapere che a maggio è uscito il nuovo album dei Blondie. È giusto rimarcarlo, perché sembra che non se ne sia accorto nessuno. Si tratta di un doppio, composto per metà da pezzi inediti, e per l’altra metà da ri-registrazioni di brani storici. Sebbene il percorso della band americana si sia interrotto per una quindicina d’anni (tra ‘82 e ‘97), il disco in questione ha avuto la funzione di celebrare 40 anni di Blondie. Che tradotto significa 40 anni di splendide contaminazioni pop-punk-rock-dance-disco-reggae.

Significa hit apocalittiche, in alcuni casi legate a pellicole mitiche (è il caso di Call Me in American Gigolò e Atomic in Trainspotting). Significa arte, nell’accezione warholiana del termine. E soprattutto significa un’icona come Debbie Harry: una ragazza (oggi quasi settantenne), che dal 2006 appare nella Rock And Roll Hall Of Fame al fianco dei personaggi più influenti della cultura musicale dell’ultimo secolo.

Il Blondie 4(0)ever World Tour ha fatto già il giro di tutta l’Europa e del Nordamerica e terminerà a inizio ottobre in California. Dopo qualcosa come 25 anni, la band ha suonato in Italia, al Magnolia di Milano. E chi se li è persi sappia che hanno aperto con One Way Or Another, concetto che un ipotetico dizionario del concerto rock definirebbe «partenza col botto».

Chiaro, la voce della regina del punk non è la stessa che si apprezza in Parallel Lines, ma il suo vestito a strisce verticali bianche e nere ne richiama lo storico sfondo, e l’attitudine sbarazzina è quella di un tempo. Mani sui fianchi, occhiali da sole, chioma biondissima e mimica striminzita ma efficace, Debbie intona Rave e Hanging On The Telephone prima di salutare il pubblico. «Siamo qui per festeggiare il nostro anniversario. Sono passati 40 anni, e a noi sembra tutto così assurdo. Ma… siamo qui. Lo stiamo facendo. E questa sera mischieremo pezzi d’annata con brani nuovi».

È proprio quello che è appena successo (Rave è nuova di zecca) e che succede subito dopo: prima Mile High (dall’ultimo Ghosts Of Download), poi Call Me – cantata un’ottava sotto, perché oggi viene meglio così. What I Heard è relativamente recente, Maria risale invece ai tempi della reunion, ed è superfluo sottolineare che fa la felicità di tutti. Prima di riservare una buona fetta di show al ritmo in levare (da sempre un punto fermo nelle influenze musicali della band), la Harris si toglie gli occhiali, strabuzza gli occhi e confessa di essersi dimenticata di averli addosso.

Via col reggae dunque: le nuove (e ottime) Euphoria e A Rose By Any Name introducono un must come Rapture, che a sorpresa si chiude con una citazione dei Beastie Boys (proprio la mitica You Gotta Fight For Your Right To Party). Segue The Tide Is High, cover di un pezzo fine anni 60 dei Paragons che i Blondie trasformarono in successo mondiale una quindicina di anni più tardi. In mezzo c’è Groove Is In The Heart dei Dee-Lite. Così, per gradire.

Sugar On The Side si trova in una posizione di scaletta poco fortunata e finisce per diventare un semplice interludio, schiacciata tra una splendida interpretazione di Atomic (con un assolo finale di Tommy Kessler da applausi) e un inno come Heart Of Glass (che viene proprio maluccio, ma chissenefrega, è Heart Of Glass). Due minuti in camerino, e poi chiusura: War Child («Questa l’abbiamo scritta nell’82, ma abbiamo ricominciato a suonarla perché a quanto pare il mondo non è cambiato poi tanto») e una notevolissima Dreaming.

Chi ieri sera è andato al Magnolia di certo si aspettava un’esibizione tecnicamente non indimenticabile. Inutile prendersi in giro, è andata proprio così: il figurone in questo senso lo ha fatto l’inossidabile Clem Burke, il batterista della formazione originale (che in seguito ha suonato – tra gli altri – anche con Bob Dylan, Iggy Pop,  Pete Townshend e i Romantics). Per il resto è stato uno spettacolo onestissimo, che naturalmente ha beneficiato dell’alone di epicità che accompagna la band. Ma va bene anche così.

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