Un po’ di ruggine non frena l’energia dei Bluvertigo. Concerto emozionante a Milano

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I Bluvertigo tornano a suonare nella loro Milano, scrollandosi 15 anni di ruggine con un concerto atteso e emozionante. Ecco la recensione del concerto del 17 luglio 2014. Foto di Mirko Cantelli

Carroponte, Sesto San Giovanni (Milano), 17 luglio 2014. «Adesso ingraniamo, dateci un po’ di tempo che sono 15 anni che non suoniamo, mica due giorni». L’excusatio di Morgan nasconde una piccola bugia, perché la prima di questo FasTour dei Bluvertigo è stata ad aprile, al Velvet di Rimini, ma è vero che stasera è tutto un altro paio di maniche. Contro ogni previsione, anche della band stessa, il Carroponte alle porte di Milano è strapieno, duemila persone, forse più, accorse non certo per la curiosità di vedere il Morgan giudice di X Factor, ma per godersi un tuffo in uno dei periodi più fertili della musica italiana, quando, tra fine anni Novanta e primi del Duemila, sono emerse molte realtà che hanno fatto di tutto per staccarsi dai modelli nostrani guardando al di fuori dei nostri confini. Tra queste i Bluvertigo si sono distinti per il loro impasto di rock ed elettronica con un occhio agli anni ‘80 della new wave, mescolando con mano propria David Bowie e Depeche Mode, Duran Duran e Talking Heads, new wave e psichedelia, tutto condito da testi originali, per temi e struttura, debitori del Franco Battiato più stralunato. Dunque reunion, per quanto estemporanea, con formazione allargata, con Marco Pancaldi, primo chitarrista del gruppo, sul palco, pur in posizione defilata, a “doppiare” la chitarra di Livio Magnini.

I timori legati a questa serata potevano essere diversi, da quelli di una reunion raffazzonata e senza stimoli a quelli sulla tenuta di Morgan come uomo da palcoscenico. I primi vengono spazzati via già dalla partenza con Il nucleo. Andy salta e balla euforico, Morgan picchia sul suo basso come un forsennato e l’impressione è quella di un gruppo che si è ritrovato, e non della “star televisiva” che si concede a una serata revival. Per i secondi i danni vengono limitati al minimo: la voce di Castoldi non è più pulita come un tempo e alla fine delle due ore di concerto è quasi afono, ma lui dà tutto, costringendo il suo tecnico di palco agli straordinari per stargli dietro, tra un basso lanciato da una parte all’altra dello stage e un tuffo nel pubblico, passando dalla chitarra al basso alle tastiere e cercando sponda soprattutto con Andy.

Siamo lontani anni luce da un concerto perfetto, i problemi tecnici come gli errori, tra testi dimenticati e sincronie da ritrovare, abbondano, e non mancano tempi morti tra un pezzo e l’altro, con intro strumentali che sembrano fatte apposta per tirare il fiato. Ma la ruggine passa in secondo piano di fronte alla carica di energia della band e alla potenza melodica dei brani. La scaletta è una sorta di greatest hits e, riascoltate tutte insieme, canzoni come La crisi, Cieli neri, Sono = sono, Il mio mal di testa e Sovrappensiero rendono ancora più evidente la loro qualità, capaci di passare 15 anni senza perdere smalto, anzi attualissime con pochi ritocchi negli arrangiamenti. In Vertigoblu qualche entrata si perde per strada ma il brano si dispiega con il suo ritornello ipnotico e una complessità ritmica che evidenzia le doti di batterista di Sergio Carnevale. L’assenzio viene portata a casa abbastanza faticosamente, mentre Troppe emozioni e Ideaplatonica abbassano la temperatura, creando atmosfere rarefatte prima del finale scatenato con Altre forme di vita e Fuori dal tempo. Un accenno di Psycho Killer dei Talking Heads anticipa Zero e poi… saluti.

Il ritardo iniziale di quasi mezz’ora costringe infatti a tagliare perché sforata la mezzanotte: così Iodio, ultima canzone in scaletta (o almeno così era stato a Rimini), salta con Morgan e gli altri che salutano stremati e felici. Il tour proseguirà con «pochi e selezionati» eventi, ma a conti fatti, dopo questa serata, un pensierino a rendere questa esperienza non un fuoco fatuo estivo i Bluvertigo dovrebbero farlo…

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