Bob Dylan a Milano, concerto da fuoriclasse

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Bob Dylan si è esibito in concerto a Milano nella seconda delle tre date previste agli Arcimboldi. Pezzi stravolti ed emozioni a non finire nello show della leggenda vivente. Ecco la recensione della serata.

Teatro degli Arcimboldi, Milano, 3 novembre 2013. Mettiamo subito le cose in chiaro. Assistere ad una performance dal vivo di Bob Dylan è un viaggio introspettivo, tortuoso ed emozionante che mostra allo spettatore in modo scorbutico, dissacrante e trasparente tutto quello che è l’artista oggi, fra mito, poesia e grande musica. L’Italia è da sempre una delle tappe più significative del tour infinito del menestrello americano e la location di Milano, questa volta, è forse la più consona e coinvolgente: fra il pubblico molte barbe bianche, attempati seguaci del rock, ma anche signore incuriosite e giovanissimi intimoriti appassionati. Puntuale come un orologio svizzero, Bob parte con Things Have Changed, fra luci soffuse, perfetta acustica ed uno stile vocale inconfondibile: divarica saldamente le gambe di fronte al microfono e si rivolge al pubblico in modo austero e rispettoso, in leggiadra tenuta da elegante damerino.

La voce è roca e potente, con una rabbiosa timbrica e una teatrale presenza. Per chi si approccia al Dylan contemporaneo per la prima volta, l’ascolto è arduo e difficile: come di consueto le canzoni vengono totalmente stravolte e riarrangiate, evitando smielati amarcord, ma risultando spesso irriconoscibili, se non captando attentamente le parole del testo. La scaletta spazia molto nella sua lunga e pluridecorata carriera, concentrandosi sovente nelle produzioni più recenti, andando a cogliere solo  occasionalmente chicche del passato più remoto. Molti i pezzi tratti dall’ultimo Tempest, dove brillano le luminose versioni di Pay In Blood e Duquesne Whistle. Quello che impressiona, oltre alla sontuosa forma del songwriter statunitense, è la contagiante esecuzione della band, che contamina brano su brano con echi jazz e swing con ampi sprazzi di blues, in una perfetta miscela di suoni e colori.

Dylan orchestra i suoi fidi scudieri senza dire una parola (solo un inaspettato “grazie” a fine primo tempo rivolto ai fan) passando dal centro del palco, privo di ogni strumento, al pianoforte, senza mai abbracciare la sua amata sei corde. Commossa l’esecuzione a sorpresa di Waiting For You e perfetto l’incedere della chitarra iniziale di Love Sick tratta da Time Out Of Mind. Il finale e` dedicato ai due dei suoi classicissimi: formidabile l’esecuzione completamente trasformata di All Along The Watchtower, una vera lezione di dinamica musicale, cuore e tecnica, e l’inno senza tempo di  Blowin’ In The Wind, enigmaticamente rivisitato al limite della decifrabilità. Anche questa sera il fuoriclasse di Duluth ha omaggiato con grazia e nobiltà i suoi eterni e devoti seguaci: le parole, le note, i simboli di intere generazioni hanno ancora una volta bussato alla nostra anima. Ora ci sentiamo indubbiamente meglio. Buon proseguimento Bob.

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