Bon Jovi in concerto a San Siro, lacrime e cuore

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Una serata da ricordare quella del concerto dei Bon Jovi a Milano. L’evento di San Siro è andato oltre lo show, grazie a un’interazione band-pubblico incredibile e al di là di ogni aspettativa. Ecco la recensione dello spettacolo.

Milano, Stadio San Siro, 29 giugno 2013. Ve lo avevamo detto che c’era più di un buon motivo per non perdersi questa serata. E’ vero, era anche difficile immaginare che i Bon Jovi potessero bissare, se non migliorare, la superlativa prestazione offerta a Udine due anni fa. Ma alla fine sia la band, sia il pubblico sapevano benissimo che anche questo concerto sarebbe stato indimenticabile. Era uno show atteso da anni per Jon, lui ha sempre voluto mettere piede in quella che è una delle case preferite dal proprio idolo Bruce Springsteen. Era la prova del nove per il magnifico fan club italiano, chiamato a superarsi questa volta in termini di coreografia a sorpresa dopo il grande successo Friulano del luglio 2011. E tutto è andato per il verso giusto: cinquantamila persone sugli spalti, tre ore e un quarto con trenta canzoni sul palco. Un successo.

A dire il vero Jon parte col freno a mano tirato. C’è anche da capirlo: a prescindere dalle 51 primavere che si porta sulle spalle, sa che questa sera gli tocca la scalettona da tre ore, quella che si fa solo agli eventi colossali, San Siro la merita, quindi meglio giocare d’esperienza all’inizio e carburare con calma, in modo da avere la voce in buone condizioni fino in fondo. La platea aiuta eccome il frontman, You Give Love A Bad Name, Raise Your Hands, Runaway, Born To Be My Baby e It’s My Life non hanno certo bisogno di presentazioni, e vengono sillabate da un pubblico che dimostra da subito di aver voglia di fare festa.

Si arriva quindi a Because We Can, primo singolo del nuovo album, ed è qui che, come successo a Udine, la musica cambia. I fan sfoderano una coreografia da mozzare il fiato, che copre primo, secondo e terzo anello rosso (quelli di fronte allo stage per capirci) e i primi due delle curve, che mostrano la scritta Bon Jovi Forever con tanto di bandiera USA; sul prato migliaia di bandiere italiane, e sempre sugli spalti uno striscione lunghissimo che ripercorre attraverso alcune date ed eventi simbolici la storia degli ultimi trent’anni. La reazione di Jon è quanto di più umano possibile: il singer perde le parole durante il primo ritornello (si sentono infatti solo i cori degli altri membri del gruppo) e sbaglia ad attaccare troppo presto la seconda strofa, completamente segnato in volto da una commozione che diventa irrefrenabile. Il cantante stoppa il pezzo e si ferma a guardare cosa sta succedendo di fronte a lui, il boato del pubblico è mostruoso e, dopo ancora qualche secondo in cui il leader riprende fiato e fa ripartire il brano da capo. Al termine dello stesso ringrazierà i fan e dirà senza nascondersi “Sto piangendo come una ragazzina“.

Da questo momento in poi la band mette il turbo, la voce di JBJ cresce d’intensità e di registro col passare dei pezzi e la durata complessiva del concerto aumenta a dismisura. Keep The Faith, I’ll Sleep When I’m Dead, Bad Medicine e anche la cover di John Fogerty Rockin’ All Over The World sono un tornado di energia che non lascia scampo. L’encore (se vogliamo chiamarlo così) alla fine sarà di undici brani, qualcosa di mai visto se non ai concerti del Boss… All’interno dei bis trovano spazio la favolosa Dry County, alcuni brani eseguiti sotto forma di sign request dalle prime file (Undivided, Love’s The Only Rule e la prima parte fatta in acustico di Never Say Goodbye) e chiaramente gli inni Wanted Dead Or Alive e Livin’ On A Prayer. La tripletta conclusiva è sorprendente, sia per qualità delle tracce proposte, sia per esecuzione delle stesse: Jon dà il 110% su Always, These Days e una sublime This Ain’t A Love Song raramente sentita a queste latitudini, lasciando esterrefatti anche i fan più ottimisti: dopo Udine anche Milano è una notte da ricordare, un evento praticamente perfetto e a suo modo irripetibile come il predecessore di due anni fa.

Un feeling incredibile quello instauratosi tra la band e il pubblico, un filo rosso invisibile ma assolutamente percettibile che ha spinto il gruppo a offrire quella che è, senza discussioni, la loro migliore performance dell’anno sui palchi Europei. Phil X alla chitarra si è rivelato un ottimo sostituto di Richie Sambora, la tristezza nel non vedere il membro fondatore è innegabile, ma se Jon e i grandissimi Tico Torres e David Bryan sono così in forma, anche un’assenza così pesante può passare in secondo piano.

San Siro non si è smentito, regalando un altro spettacolo di livello assoluto in cui il rock mainstream l’ha fatta da padrone. Questa volta non sono serviti palchi multimediali o alti ben oltre la copertura dell’impianto, non è stato necessario sparare fuochi d’artificio su ogni pezzo o utilizzare chissà quali trucchi di scena per accompagnare le canzoni; la macchina e le luci che stavano dietro i Bon Jovi erano certamente imponenti, ma poca cosa in confronto all’interazione passionale creatasi tra band e pubblico: un’ennesima celebrazione, magnifica e indimenticabile, del potere della musica.

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