L’incredibile sold-out dei Breaking Benjamin a Milano

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Non avrei mai scommesso un Euro sul sold-out dei Breaking Benjamin in occasione del loro primo concerto di sempre a Milano. Non solo io. Nemmeno loro stessi, i fan, il promoter. Nessuno. La scena modern rock e alternative metal americana è una sorta di chimera dalle nostre parti, o comunque qualcosa che, se riesce a raggiungerci, lo fa con assoluta calma.

Ricordo la prima calata da headliner dei Disturbed. Era il 2009, e la band di Draiman e compagni faceva i palazzetti negli States da quasi un decennio. Da noi era passata giusto perchè di spalla a Marilyn Manson diversi anni prima. Anche in quell’occasione la risposta del pubblico italiano fu incredibile, con un Alcatraz (palco A) stracolmo. Insomma, il fatto che da noi arrivi per un tour da headliner un act alternative che dall’altra parte dell’oceano fa tour sold-out con produzioni importanti da tempo, è qualcosa che non deve passare inosservato. E non è nemmeno qualcosa di scontato, dato che anche nomi giganteschi come i Creed, capostipiti del movimento post-grunge, a Milano ci sono forse passati per sbaglio una volta nello scorso millennio. Gli stessi Nickelback hanno avuto la consacrazione nazionale (Forum di Assago pieno) solo nel 2013. Forse giusto gli Staind riuscirono a frequentare sufficientemente l’Italia nei primi Duemila.

Riassumendo, le sonorità ibridate tra rock radiofonico easy listening, riffoni ribassati, growl occasionale e melodie pop non hanno mai influenzato granché le masse di ascoltatori tricolori. Probabilmente per la credenza, errata, da parte dei promoter, che non esista una richiesta sufficiente (ergo=pubblico) per questo tipo di musica.
L’ennesima dimostrazione di questo assunto si è avuta ieri. L’Alcatraz, in configurazione palco B, non presenta uno spazio vuoto quando entro nel locale poco dopo le 20:15. Benjamin Burnley stesso (frontman della band) a fine serata, si dirà sconvolto dalla partecipazione e dalla dedizione dei fan presenti.

Fan mediamente giovani, cresciuti a YouTube e Spotify e probabilmente anche a dosi di Bandcamp. Felici, entusiasti, commossi e ansiosi finalmente di poter cantare brani contenuti nei cinque dischi in studio incisi dai Nostri dal 2002 a oggi. L’effetto karaoke che si sviluppa dall’iniziale So Cold e che culmina nel delirio conclusivo dell’inno (per alcuni aggiungere “generazionale” non è reato) The Diary Of Jane è realmente impressionante.

Il concerto dura in tutto meno di un’ora e mezza, la band spacca e Aaron Bruch e Keith Wallen aiutano eccome il frontman quando si tratta di cantare forte e di sparare growl. La parte in cui i BB improvvisano pezzi di Tool, Nirvana, Metallica e Pantera dimostra carica a mina i presenti, rendendo la seconda parte di show ancora più sentita. La gratitudine (quasi commozione?) con cui Burnley saluta i presenti dimostra che questa sera a Milano è davvero successo qualcosa che rimarrà a lungo nella memoria dei fan e della band di Wilkes-Barre.

La scaletta del concerto
So Cold
Follow
Sooner or Later
(Keith Wallen alla voce)
Angels Fall
Firefly
Simple Design
(Aaron Bruch alla voce)
Ashes of Eden
Blow Me Away

Medley: Star Wars Imperial March / Schism (Tool) / For Whom The Bell Tolls (Metallica) / Smells Like Teen Spirit (Nirvana) / Walk (Pantera)
Polyamorous
Home
Believe
(Aaron Bruch alla voce)
Bury Me Alive
Breath
Failure
Until the End
(Keith Wallen alla voce)
I Will Not Bow
Here We Are / The Diary of Jane

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