I Bring Me The Horizon hanno definitivamente sfondato anche in Italia

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di Redazione
Foto di Archivio. Testo di Chiara Borloni

Alcatraz, Milano, 8 aprile 2016. I Bring Me The Horizon capitanati da Oliver Sykes, ritornano in Italia dopo quasi tre anni di assenza, portando il loro metalcore infarcito di elettronica e pop in un locale stipato fino all’inverosimile. La band ne ha fatta di strada dalla cittadina inglese di Sheffield, e lo dimostra con un tutto esaurito annunciato da tempo e con code chilometriche di fan accampati davanti alla location fin dalla notte precedente.

That’s the Spirit, l’ultimo album del gruppo, ha di nuovo cambiato le carte in tavola della scena metalcore moderna, di cui i BMTH sono tra i maggiori innovatori. Non solo a livello di sound, ma anche in termini d’immagine: jeans skinny e strappati, tatuaggi, ciuffi. Elementi insomma piuttosto trasversali, che hanno permesso di rendere il genere un fenomeno generazionale estremamente cool.

La scenografia molto semplice, che comprende solo una grata lungo tutto il palco e pochi altri fronzoli, lascia presagire quello che sarà il set stesso: un’ora e quindici minuti vissuti senza pause, con i fan in delirio che cantano a memoria ogni singola parola in un boato assordante, e gli smartphone sempre e costantemente levati al cielo. L’attacco con Doomed, opener di That’s the Spirit, segna la direzione della scaletta: ampio respiro all’ultimo disco, così come a Sempiternal, lavoro del 2013 che ha visto l’ingresso in line-up del tastierista Jordan Fish e il conseguente twist definitivo di Sykes e soci verso sonorità più mainstream (parlare di alternative rock non sarebbe fuori luogo), con ben dodici pezzi estratti complessivamente dai due album in questione.

Il mosh pit è chiamato dal frontman più volte durante la performance. Il pubblico risponde con una violenza e un entusiasmo incredibile, a volte sovrastando il vocalist con un sing-along costante: è proprio vero che se per Sykes cantare è una catarsi, lo stesso vale per i suoi seguaci adoranti. In onore dei vecchi tempi (che stilisticamente sono oramai lontani anni luce), la band esegue Chelsea Smile, estratto da Suicide Season e una delle poche finestre su quel passato remoto che vedeva i Bring Me The Horizon suonare deathcore. Per il resto il set prosegue con le meravigliose suggestioni elettroniche di Sleepwalking, così come i testi tutti da cantare di True Friends e il sapore estremamente pop di Follow You. Certo, anche con qualche base pre-registrata di troppo, ma il coinvolgimento è tale che questo “dettaglio” passa in secondo piano.

La forza sovversiva di Antivist precede una breve pausa e i bis che si aprono con Blessed With a Curse, unica testimonianza dell’album del 2010 There Is a Hell, Believe Me I’ve Seen It. There Is a Heaven, Let’s Keep It a Secret, vissuta dal pubblico come i romantici ai concerti versione 2.0: pochissimi accendini, ma centinaia di smartphone che ondeggiano sulle teste dell’audience. I saluti toccano alla coinvolgente Drown, durante la quale Oli vuole dare metaforicamente il cinque a tutti i fan, in una profusione di palmi alzati verso il cielo sfiorati dalle vibrazioni provenienti dal palco.

I Bring Me the Horizon si congedano da un’Alcatraz mai così pieno per loro in passato, e proseguono il tour di supporto a That’s the Spirit inanellando l’ennesimo sold-out e confermandosi tra i nomi maggiormente in ascesa della scena rock internazionale.

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