Roma celebra il rito di Bruce Springsteen, il grande Sacerdote del Rock’n’Roll

bruce-springsteen-roma-16-luglio-2016
di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Circo Massimo, 16 luglio 2016. Nell’aria fresca di festa e relax sopra il palco, in alto a destra, sventola una bandiera stelle&strisce: la lunga attesa del concerto di Bruce Springsteen a Roma comincia nel pomeriggio con le interminabili, per quanto ordinate, code agli ingressi. Famiglie, coppie, gruppi eterogenei con persone di età variabile tra i pochi mesi e i 70 anni, tutti vogliono partecipare alla cerimonia che progressivamente si anima. Una cerimonia, sì, perché Springsteen è il sacerdote di un rito al quale i fedeli partecipano con attenzione e concentrazione, rispettosi e devoti.

Ad accompagnare il flusso continuo di persone in arrivo c’è la Treves Blues Band, il primo dei due gruppi spalla del Boss, che riempie di rock blues e fa ballare le collinette già stipate. Un rapido cambio e arrivano i Counting Crows con il loro sapore d’America on the road: gli anni non sono stati clementi con Adam Duritz e il cantante mostra tutti i segni di una vita complicata. Fanno il loro set con onestà, ma risultano anacronistici nel 2016 pur riuscendo a traghettare gli ascoltatori nel tramonto, verso le ore da dedicare al culto del Boss, grazie a brani come Omaha e naturalmente la cover di Joni Mitchell Big Yellow Taxi.

Springsteen sale sul palco alle 20.20 spaccate, accolto da un mare di sventolanti cuori rossi. “Vi amo” sussurra Bruce mentre le telecamere inquadrano un Circo Massimo strapieno – 60mila persone. Si chiama il silenzio e il rito può cominciare. Due strofe appena, un ritornello, un gruppo di archi ad accompagnare, applausi a scena aperta per l’inattesa New York City Serenade. “È bello essere qui nella città più bella del mondo, al Circo Massimo… Roma daje!” urla Bruce Springsteen prima di attaccare una versione infuocata di Badlands, con una coda di batteria che è pura estasi per gli amanti dello strumento. Max Weinberg è sempre un grandissimo.

La religione di Springsteen ha i suoi riti e uno di questi si chiama “song by request”. Il Boss prende dalle mani del pubblico cartelli con scritti sopra i titoli dei pezzi che i fedeli vorrebbero ascoltare. La prima canzone a richiesta è Summertime Blues di Eddie Cochran, con l’intervento vocale di Steve Van Zandt che fa ridere pure il Boss stesso. Un altro omaggio è per John Lee Hooker con una versione quasi erotica di Boom Boom. 

(Leggi la scaletta del concerto)

La E Street Band e il Boss sono in stato di grazia: il concerto è una messa di voci, persone e sorrisi. La verità è che riassumere in un pezzo un concerto di Bruce Springsteen è una sfida persa in partenza. Si può provare a renderne l’effetto sottolineando alcuni dettagli, ma è un’esperienza talmente potente e umana, fisica, vitale, che va vissuta in prima persona e possibilmente con un gruppo di persone altrettanto curiose e pronte a lasciarsi andare alla sensazione collettiva di festa. Il Boss è un sacerdote che promette e mantiene, solido come la roccia dei suoi muscoli, e non è difficile capire su cosa si basi la relazione tanto intensa con i fedeli che lo adorano.

Independence Day è pura poesia, cellulari al cielo ad illuminare il circo massimo. “È una canzone su padre e figli” annuncia Bruce. La dimensione intimista di Springsteen è quella che mi stupisce maggiormente. Nessuno come lui riesce a trasportarti sulle rive di un fiume, in una notte d’estate, ad ascoltarlo suonare con il volto infiammato dal fuoco acceso. I momenti toccanti sono tanti, ma uno degli apici si raggiunge quando Bruce Springsteen prende la sua amata armonica e dedica The Ghost of Tom Joad “ai social workers italiani che sono in prima linea tutti i giorni”. Voce, chitarra e armonica, interpretazione in punta di gola e di plettro: è la canzone più struggente della serata assieme a Drive All night, dove il timbro di Springsteen si incrina dolcemente.

La misura tra energia e brani più lenti è perfetta: Point Blank è una ipnosi progressiva, a contrasto con la forza di The Promised Land. Siamo oltre le due ore di concerto ed è il momento di un altro cartello che chiama Tougher Than The Rest, un duetto tra Bruce e sua moglie Patti Scialfa. Poi la cover-non-cover Because The Night, firmata da Springsteen e resa famosa nella versione di Patti Smith, dove c’è tutto il modo per Nils Lofgren di regalare un assolo acrobatico facendo giravolte su se stesso. The Rising e Land of Hopes and Dreams, dedicata “ai nostri fratelli morti a Nizza”, mantengono l’atmosfera sui livelli di un rito liberatorio. L’’arpeggio di pianoforte di Jungleland tiene altre le aspettative: mancano ancora troppe canzoni per dichiarare conclusa la cerimonia. E il Sacerdote non ha intenzione di fermarsi.

Arrivano come una vibrazione allo stomaco Born in the USA, possibilmente più tamarra dell’originale (e unico momento di affaticamento del Boss), seguita da una tripletta esplosiva: Born To Run, Ramrod con annesso siparietto sculettante della band al pubblico, e Dancing in the Dark, con la tradizione della fanciulla scelta dal pubblico per ballare insieme a Bruce. Stavolta però il palco si affolla, ci sono fan per tutti, accuratamente selezionati da Springsteen durante una passeggiata in cui sceglie con attenzione i cartelli più scherzosi delle prime file. Si capisce da questi gesti quale sia il gioco strettissimo e diretto coi suoi fan, fino al finto finale che omaggia le celebri uscite di scena di James Brown: Bruce Springsteen indossa un mantello con scritto The Boss mentre Little Steven lo sostiene, mimando la scena.

La cover di Shout viene tirata per più di dieci minuti ma non è ancora finita: il Boss è chitarra e voce sul palco, ringrazia Claudio Trotta che da trent’anni cura i suoi concerti in Italia, e chiude con Thunder Road, quella che dovremo percorrere noi fan per tornare a casa. Il cronometro scatta e ufficialmente sono passate tre ore e cinquantatrè minuti di concerto: il minimo sindacale per celebrare la della grandezza di Bruce Springsteen, il Sacerdote del Rock’n’roll.

Guarda le foto del concerto.

Commenti

Commenti

Condivisioni