L’ennesimo trionfo del Boss: a Milano tre concerti in uno

Foto-concerto-bruce-springsteen-Milano-03-giugno-2013

Bruce Springsteen torna a San Siro e ogni volta è un evento. Ieri in particolare era un occasione speciale perché è ancora fresco il ricordo dello show del 2012. Ma il Boss non ha deluso il suo popolo e gli ha regalato un triplice concerto.

San Siro, Milano, 3 maggio 2013. Si parta da un assioma: ogni concerto di Bruce Springsteen è il suo miglior concerto. Perché il diavolo del New Jersey ha la capacità unica di trasmettere al pubblico la sensazione di cantare ogni volta come fosse l’ultima. E così ogni serata si trasforma nell’unica e ultima occasione nella quale dare tutto. Lui sul palco, il pubblico su prato e spalti. Che poi chiamarlo pubblico è riduttivo. Quello che segue Springsteen è un vero e proprio popolo. E anche questo segna la differenza tra un suo concerto e uno show di altri. È così che lo stesso rock rinasce ogni volta in quello che molti hanno ribattezzato come rito collettivo.

Se si dovesse fare un sondaggio tra i patiti di Springsteen su quando come e perché siano diventati fan, la maggior parte (almeno tra gli under 40) probabilmente risponderebbe che è stato quando lo ha sentito la prima volta dal vivo. Perché la sua musica può piacere e convincere di più o di meno (fermo restando l’altissimo livello di molti suoi album), ma dal vivo resta per molti il più grande performer live della storia del rock. È così che anche canzoni non tra le migliori diventano inni da stadio, come quel Waitin’ On A Sunny Day cantato a squarciagola dai 60mila (e forse più) di San Siro. Ed è qui che la logica, già in seria difficoltà di fronte a un uomo di 63 anni suonati in gran forma, perde del tutto ogni appiglio alla realtà. In Italia in generale, a Milano in particolare, allo stadio San Siro ancor più nello specifico, Springsteen entra in un’altra dimensione e ogni volta ricrea quella magia che spinge anche molti fan stranieri ad entrare nella Scala del calcio per provare a capire, anche se in fondo non c’è nulla da comprendere. È questione di empatia, di sentimento. E ormai San Siro è un mito che si autoalimenta.

Prima il 1985, colmo di un’attesa e una passione alle quali Bruce rispose con Can’t Help Falling In Love. Poi fu la volta del 2003, rimasto nell’immaginario collettivo per il diluvio che trasformò il concerto e per quella Follow That Dream, quasi mai suonata dal vivo. Seguì il 2008, aperto con Summertime Blues, l’ultima apparizione di Clarence Clemons a Milano, forse (ma ognuno ha la sua personale classifica) il miglior concerto della E Street Band tra le mura dello stadio. Infine il 2012, lo show mostro da poco meno di quattro ore, la gente incredula esausta e felice alla fine. Insomma, la sensazione che ogni volta il livello sia più alto.

Ma questo 2013 è diverso. È la prima volta che Bruce torna a San Siro a solo un anno di distanza dalla precedente. Con un rischio non da poco: il 2012 è fresco nella memoria e non ancora entrato nel mito. Come superarlo? In lunghezza per i patiti del cronometro? O con una scaletta pensata con particolare attenzione? Non è lecito saperlo, perché già dopo tre canzoni Springsteen decide che la cosa importante, come sempre, è seguire il flusso del pubblico, e così arriva subito il momento delle richieste tramite cartello: prima American Land, poi Good Golly Miss Molly (anche se escono parole e note che sembrano quelle di Long tall Sally). La voce e la E Street Band sono in grande forma e anche le foto lo dimostrano. È qui che il concerto si accende, fino a chiudere la prima ora con le struggenti Atlantic City e The River.Poi la sorpresa (che molti almeno un po’ si aspettavano). «È la quinta volta che suoniamo qui e ogni volta lascia un segno nel cuore – dice Bruce in italiano – La prima volta fu nel 1985 e in onore di allora suoneremo tutto l’album Born in the USA». E di filato le dodici canzoni del disco che lo ha reso una leggenda mondiale e che lo costrinse ad allargare il suo tour anche in Italia.

E così, dopo due ore e delle versioni strepitose, tra tutte, di Downbound Train e Cover Me, inizia la terza parte del concerto. In mezzo c’è anche lo spazio per uno show sul palco durante Dancing In The Dark, con alcuni fan che ballano nell’ordine con il tastierista Roy Bittan, il bassista Garry W. Tallent, la corista Cindy Mizelle e lo stesso Bruce e la chiusura della canzone con una ragazza del pubblico che suona e canta con lui sul palco. Non è facile infilare un album intero all’interno di un live, mantenere la tensione senza che cali il ritmo. Come momento di passaggio, Springsteen pesca dall’ultimo album Shackled And Drawn, che ben si collega a My Hometown (chiusura di BitUSA). Ed ecco di seguito quattro inni cantati da tutto lo stadio: il già citato Waitin’, poi The Rising, Badlands e Hungry Heart. E sono ventisette canzoni, il numero medio per gli show della E Street Band durante questo tour.

Ma Milano è Milano. E San Siro è San Siro. E mancano i bis. È qui che arriva il vero regalo per i suoi fan italiani e per la quinta data allo stadio: una canzone che viene dal passato, spiega in inglese Bruce. Imbraccia la chitarra acustica e da solo inizia a intonare This Land Is Your Land di Woody Guthrie. È un intro per We Are Alive, pezzo del suo ultimo album con dedica a Johnny Cash, altro gigante del folk americano. Lo stadio ammutolisce. Tutti in silenzio, con emozione e gratitudine. Il ritornello sussurrato da 60mila persone. «Our love is real», dichiarano gli spalti a Bruce durante Born To Run con un’unica scritta sui tre anelli. L’avevano già esposta all’inizio, all’ingresso sulle note di Ennio Morricone. E Springsteen gradisce, si emoziona. È la volta di Tenth Avenue Freeze-out, con la dedica a Clemons, e di Twist and shout, ormai quasi scontata per chiudere a San Siro. Ma ancora vuole sorprendere i fan, perché subito attacca Shout Bamalama e i balli e i salti non si fermano. Addirittura durante la canzone fa stendere a terra tutto il pubblico sul prato.

E con gioia finisce questo rito che è ogni concerto della E Street Band. Anzi, no. Perché c’è ancora il tempo per un ultimo regalo. Una versione acustica di Thunder Road, da solo sul palco davanti a tutti. Per dire che «ho suonato in tanti posti nella mia vita, ma San Siro è quello che non dimenticherò mai». E chi conosce Springsteen sa che non regala dichiarazioni d’amore a tutti. Anche i patiti della lancetta sono accontentati: trentaquattro canzoni per tre ore e mezza, poco meno che nel 2012. Con la differenza che questa volta i concerti sono stati tre in uno solo: la prima ora fino a The River, la seconda per tutto Born In The USA e gli ultimi novanta minuti di pura gioia. Quale altro artista ne sarebbe capace?

Altri articoli su questo concerto

Commenti

Commenti

Condivisioni