Bruce Springsteen a San Siro, per 220 minuti il sogno è stato realtà

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di Claudio Morsenchio
Foto di Francesco Prandoni

3 luglio 2016, Stadio di San Siro, Milano. Dopo lunghissimi mesi di attesa, il “The River Tour” di Bruce Springsteen sbarca in Italia nell’afa milanese di luglio. Il Boss a San Siro è un sempre evento grandioso, e non possono essere da meno i due concerti di quest’anno. Non a caso sono stati pianificati servizi ad hoc: un’app creata per l’occasione offre tutte le informazioni necessarie, mentre una disposizione del Comune concede i mezzi pubblici gratuiti a tutti i possessori del biglietto. Gran parte del merito per questa attenzione al pubblico va riconosciuta al promoter Claudio Trotta, numero uno di Barley Arts, sempre attento alla “user experience” dei grandi eventi live.

Il pubblico del Boss è come sempre vario, spensierato, civile. Ci sono bikers anni settanta con lunghe barbe bianche e pance gonfie di birra, piccoli e inconsapevoli bambini accompagnati da entusiasti genitori che spiegano, a piccole dosi, tutti i particolari di un rito musicale così appassionante, insomma vecchi e nuovi fan di ogni età. Come sempre quando suona Springsteen. A chi di loro è arrivato nel pomeriggio – c’erano accampamenti di tende davanti allo stadio fin da venerdì sera – Bruce regala una una piccolo assaggio dello show (intorno alle 17.30) eseguendo in acustico Growin Up. Non è una novità, ma che importa?

Alle 20.20 si parte e San Siro regala subito il suo spettacolo: mentre Bruce sale sul palco insieme alla E Street Band, una coreografia dipinge tutto lo stadio dei colori della copertina di The River componendo una grande scritta: “Dreams Are Alive Tonite”. Springsteen si ferma, si guarda attorno commosso e si gode grato l’amore dei suoi fan. Poi si parte. Il concerto inizia con Land Of Hope And Dreams e si intuisce subito che sarà ancora un volta una serata speciale. Rispetto agli ultimi tour, in scaletta (leggila qui) ci sono molti pezzi tratti dall’album The River, nonostante Springsteen abbia più volte dichiarato che l’esecuzione di quello storico disco per intero era prevista solo per le date americaneBellissime le esecuzioni iniziali di The Ties The Blind e Sherry Darling, che schiantano i 60.000 presenti contro il muro dell’energia di Bruce. “Can you feel the spirit?” chiede lui al suo pubblico prima di cantare Spirit In The Night seguita da una potentissima versione My Love Will Not Let You Down (che mette in mostra un indomabile Max Weinberg alla batteria).

Il primo momento corale, letteralmente, arriva con Hungry Heart. Ogni singolo presente canta a squarciagola, mentre Springsteen scende dal palco e si infila nelle passerelle che attraversano tutto il parterre immergendosi in un bagno di folla, fra abbracci, occhiate conturbanti e sincere strette di mano. La voce non è sempre perfetta ma sfido chiunque a fare un tour mondiale a 66 anni con concerti da quasi 4 ore a sera essendo sempre impeccabile. La parentesi rock&roll è aperta da una corposa cover di Lucille di Little Richard e da una gigantesca versione di You Can Look (But You Better Not Touch) una delle più suonate in questo tour. Ma il momento che tutti aspettavano si concretizza con l’attacco di The River: le luci si abbassano, il suono dell’armonica si diffonde nell’improvvisa quiete di San Siro, migliaia di luci illuminano lo stadio, un unico coro scandisce ogni parola. Solo chi c’era sa di quale emozione sto parlando.

Il punto più alto del concerto, a mio avviso, lo si raggiunge nella successiva Point Blank, che fin dalle prime note dello splendido pianoforte a coda ottiene un religioso silenzio: quegli accordi parlano all’anima. Il pubblico osserva beato, canta, alza gli occhi al cielo e ringrazia. Poi è la volta di una cover di Jimmy CliffTrapped, sofferta, grintosa, commovente, con un prezioso solo di sax dell’amatissimo Jake Clemons, nipote prediletto del compianto Clarence. Working On The Highway e Darlignton County riportano il rock’n’roll dentro San Siro, poi arrivano Drive All Night e Jungleland, manifesti del cuore di Springsteen. Da questo momento inizia la festa finale, a stadio completamente illuminato: Born In The Usa, Born To Run, Dancing In The Dark sono solo alcune delle “bombe” conclusive di uno show che supera abbondantemente le tre ore e mezza. Il finale è un tripudio, celebrato con una cover di Shout degli Isley Brothers che sembra non finire mai, mentre la gente di San Siro balla una danza liberatoria, con le mani al cielo. Se il rock’n’roll è morto come si dice, stasera è resuscitato.

E quando tutto sembra finito, Bruce rientra da solo con la chitarra acustica, dichiarando il suo amore per Milano e per San Siro con una graffiante versione di Thunder Road. Estasi. All’uscita vedo inevitabili sorrisi di gioia sui volti dei partecipanti: il Boss ha ancora una volta bussato alle porte delle nostre vite, scendendo ancora più in profondità nel dialogo col nostro cuore che porta avanti da oltre 40 anni. Questa sera, non c’è alcun dubbio, il sogno è realtà.

Guarda le foto del concerto.

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