Anche nei teatri Carmen Consoli non rinuncia al rock e al Mediterraneo

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di Alvise Losi
Foto di Francesco Prandoni

Teatro degli Arcimoldi, Milano, 22 gennaio 2015. Fa freddo fuori e, per una sera, l’idea di ascoltare un concerto seduti, in un luogo accogliente e caldo come un teatro si rivela una sensazione particolarmente piacevole. È la terza volta che Carmen Consoli viene in quel di Milano nell’arco degli ultimi 12 mesi (la quarta se si considera anche la presentazione dell’album) e sembra ormai di essere abituati al suo ritorno, anche se si è tutti consapevoli che non bisogna dare nulla per scontato, ché potrebbe benissimo decidere di sparirsene per altri tre o quattro anni e tornare a esibirsi nel 2020. Insomma, è una serata per mettere fieno in cascina, accumulare bella musica per i duri tempi a venire. E, dopo il rock dei palazzetti e la Woodstock estiva, ora sarebbe il momento della riflessione e della calma, dell’acustico. Questo, perlomeno, suggerirebbero il luogo scelto e la chitarra classica che Consoli imbraccia per le due ore di concerto, ma la realtà è che il rock non è fatto dall’elettricità e dagli strumenti scelti, dallo stare in piedi a saltare e dal sudore. Il rock è uno stato dell’anima e se uno ce l’ha non può nasconderlo. Può semplicemente tenerlo sotto traccia, convogliarlo in forme più o meno evidenti, ma se c’è prima o poi verrà fuori.

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Si parte con una Carmen sola sul palco, davanti alla tenda rossa che copre la scena, per cantare chitarra e voce Sud Est e San Valentino. Gli applausi arrivano subito già a canzoni in corso. Poi inizia il primo set con la band. Pioggia d’aprile, Fiori d’arancio, Ottobre, L’ultimo bacio, AAA Cercasi, La notte più lunga. Ogni brano è accolto da un’ovazione e ogni pezzo mostra perfettamente quale sia l’idea di teatro che ha Consoli: arrangiamenti più “orchestrali” (ci sono un violoncello e un violino), ma allo stesso tempo italiani per ricordarci che qualcosa nel mondo dell’arte lo abbiamo da dire anche noi. D’altronde siamo o non siamo la patria del teatro? Certo, qualcuno potrebbe obiettare che lo sia la Grecia, ma in fondo la Sicilia era Magna Grecia (e da dove viene Carmen?). Ecco, in tutto questo, spuntano i tamburi e le percussioni di Valentina Ferraiuolo (delle Malmaritate), autrice di un bellissimo solo in mezzo alla platea a metà concerto, che porta i ritmi del Mediterraneo nel cuore di una Milano che per una sera pare dimenticare le sue affinità austriache. Le vecchie e le nuove canzoni si fondono perfettamente in una scaletta che non ha alcun calo. Particolarmente emozionante, a proposito del Nostro Mare, è La notte più lunga: ci ricorda con una delicatezza infinita quanto dobbiamo ricordarci di essere umani davanti a notizie fatte di numeri che ci scorrono davanti agli occhi.

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Carmen non parla mai, se non per presentare i suoi musicisti. Il secondo set parte con Amore di plastica, che ci ricorda come Consoli sia probabilmente l’ultima vera e grande artista uscita da Sanremo giovani da una ventina d’anni a oggi. Seguono, decisamente elettriche, Oceani deserti, Orfeo, Sintonia imperfetta e due bellissime versioni di Parole di burro e Geisha, prima del gran finale con ‘A finestra, l’unica canzone che l’artista presenta raccontando una storia di quando era in attesa di suo figlio e le donne al supermercato facevano a gara per indovinare il sesso del bambino. Tutto in dialetto siciliano. Carmen e la band escono e rientrano per l’ultima canzone in scaletta, Questa piccola magia, per dare un po’ di speranza e chiudere con un augurio. L’algida Milano però non si stanca mai di sorprendere. E non si può certo stancare della voce di Carmen Consoli. Così dopo cinque minuti buoni di applausi e pubblico in piedi, la Cantantessa decide di fare uno strappo alla scaletta e intona un ultimo regalo. Quello che sento è davvero un fuori programma che chiude un cerchio. I bis veri sono cose che succedono solo nei teatri. O nei concerti rock. E Carmen è riuscita a coniugare perfettamente le due cose.

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