Cat Power a Milano, un’ipnosi collettiva con lancio di fiori

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Cat Power ha incantato il pubblico di Milano cantando prevalentemente canzoni dell’ultimo album Sun, grazie alla sua incredibile voce. Questa la nostra recensione del concerto.


Carroponte, Milano, 7 luglio 2013. Dal suo esordio discografico del 1995, Dear Sir al recente Sun, Cat Power ha affrontato numerosi cambiamenti, e non mi riferisco soltanto al taglio di capelli. Dal dark-folk degli inizi, passando per le canzoni minimali e intimiste solo voce e pianoforte, fino alle escursioni nelle sonorità più rock e solari, il trait d’union è sempre stato il raffinato songwriting che ne ha fatto una delle cantautrici più apprezzate. Il difficile potrebbe essere portare dal vivo tutte queste facce, farle coesistere sul palco riuscendo comunque a risultare omogenei.

Non è un problema per Chan Marshall che ha sempre fatto le sue scelte in totale libertà (You Are Free lo diceva già nel titolo di uno degli album più noti), e sale sul palco in tutta calma dopo i 4 musicisti che formano la band. Il look è più punk rock che mai, i capelli ossigenati tagliati corti, giubbotto di pelle e sigaretta accesa, che viene poi tirata a qualcuno tra il pubblico, non sappiamo se per spirito di condivisione o altro. Tutto questo passa in secondo piano non appena inizia a cantare, il brano è The Greatest, uno dei più amati della cantante, e la sua voce è subito in primo piano su tutto il resto. Una voce che dal vivo risulta, se possibile, ancora più bella che su disco, ricca e corposa nelle tonalità basse, espressiva e sicura quando va in alto. Canta con la naturalezza di chi non conosce atro modo per comunicare e tutto il pubblico da subito pende dalle sue labbra. Arrivano in rapida successione Cherokee, Silent Machine e Manhattan, tratte tutte dall’ultimo album, che si fanno apprezzare per l’andatura e i riff rock.

Cat Power non si pone minimamente il problema di come uniformare le diverse sonorità, e risolve semplicemente concentrando la scaletta sui brani dell’ultimo album. Anche quando annuncia una canzone vecchia, scritta quando «was a young girl» (Metal Heart da Moon Pix), o quando si cala nell’intensa interpretazione di Anjelitos Negros, bonus track del suo ultimo album di cover Jukebox, a rimanere in primo piano è la sua intensità, e anche se i brani sono molto diversi tra loro non si nota neppure la differenza. Del resto la sua voce è talmente bella e personale da risultare credibile ed emozionante persino quando recita il solito «grazie mille – Milano – Come stai? – tutto bene» in italiano. Sul palco accenna piccoli passetti di danze immaginarie, ondeggia sulle ginocchia e si muove con un’andatura tutta sua che contribuisce a ipnotizzare il pubblico, che si sveglia solo tra un brano e l’altro per applaudire come se finisse momentaneamente un incantesimo. C’è ancora il tempo per annunciare una canzone scritta da Lou Reed (quella I Found A Reason che appartiene al periodo tardo Velvet Underground) che cantata da Chan acquista non solo nuovi abiti ma anche un nuovo significato.

Il concerto finisce prima che ce ne possiamo rendere conto (ed effettivamente l’ora e un quarto complessiva di live è decisamente poca) con Cat Power che lancia fiori alle prime file, sempre con il suo modo di fare giocoso, mentre il concerto si chiude su Ruin, una delle canzoni più belle dell’ultimo album. Mentre la band abbandona il palco la cantante statunitense si trattiene ancora un po’ regalando al pubblico tutto quello che le capita a tiro, compresa la scaletta del concerto, appallottolata e lanciata come fosse una palla da baseball. Ma alla fine anche lei è costretta ad andare via picchiettando sul polso un orologio immaginario in segno di scusa. È tardi, ed è – per tutti, anche per lei – ora di tornare a casa.

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