Cesare Cremonini a Roma, il rocker della tenerezza con un cuore britpop

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Primo concerto ufficiale a Roma per il Summer Tour di Cesare Cremonini. Il cantane ha mostrato la sua anima britrock ma anche la voglia di esaudire i desideri dei fan, come si può leggere nella nostra recensione.

Foro Italico, Roma, 18 luglio 2013. Per chi scrive vedere Cesare Cremonini vuol dire innanzitutto trovarsi di fronte al principale portavoce italiano del verbo del britpop: cresciuto a pane e Oasis, Cesare ha infatti realizzato il sogno di tanti (tra cui, appunto, il sottoscritto) trasformandosi da semplice mad fer it in una vera e propria rock’n’roll star.

Se però i terribili fratelli Gallagher si sono storicamente eretti a paladini dell’arroganza, Cremonini è al contrario un rocker della tenerezza e della fragilità, riuscito nell’impresa di raccontare un’interiorità decisamente problematica trasformandola in intrattenimento allo stato puro; un animale da palco decisamente atipico, in grado di galvanizzare la folla augurandole gentilmente di passare «una serata indimenticabile», pronto a saltare e sudare mentre apre la serata cantando: «Non so dirti una parola / non ho niente di speciale».

Dopo Il Comico (sai che risate), nella prima mezz’ora di live, l’ex frontman dei Lunapop snocciola un massiccio numero di brani dell’ultimo album La teoria dei colori, alternandoli a hit dei precedenti Il primo bacio sulla luna, Maggese, Bagus. In pochi minuti si passa da PadreMadre ad una versione quasi a cappella di Latin Lover (Cesare canta col sostegno di un semplice tappeto di violini), per poi arrivare al lungo finale strumentale di Figlio di un Re in cui il poderoso ensemble musicale alle sue spalle (ben 9 elementi) dà il meglio di sé.

Sottolinearlo può sembrare banale, ma a fare da collante in questo breve viaggio in diversi generi musicali ci pensa l’emozione: Cremonini getta tutto se stesso nelle canzoni (spesso e volentieri parla apertamente delle proprie contraddizioni e dei propri problemi) e, nonostante ormai quasi 15 anni di carriera alle spalle, ha ancora una voglia matta di “smuovere” qualcosa in chi lo ascolta. Non a caso dunque, per il secondo blocco del concerto, il cantante si getta tra la sua gente, arroccandosi col proprio pianoforte su un piccolo palchetto allestito nel cuore del parterre. Ancora una volta va in scena tutta la complessità del “Cremonini pensiero”: al piano Cesare è un leone, eppure spesso la sua voce si fa fragile, soprattutto durante l’esecuzione di Tante belle cose; da una parte l’artista mostra gli ultimi (ottimi) risultati del proprio percorso musicale, dall’altra si dona ai propri fan, offrendo per l’ennesima volta la cantatissima Vorrei.

Al termine della parentesi acustica un gigantesco visual della Union Jack lancia Mondo: sul main stage Cremonini e la sua band portano in scena la terza ed ultima tranche di canzoni, continuando a fondere con sapienza melodie accattivanti, richiami al rock britannico che fu, stralci di cantautorato e arrangiamenti poderosi (da segnalare in tal senso il terzetto Marmellata#25-Il Pagliaccio-Le sei e ventisei). Tanta roba, che porta a chiedersi perché il pubblico vada in visibilio soprattutto sulle note dell’adolescenziale 50 Special. Ma, parafrasando nuovamente gli Oasis, «10.000 fans can’t be wrong». Cesare Cremonini lo sa bene: si nutre del loro affetto, lavora per loro ed è ben felice di tornare sul palco per l’encore e di chiudere il proprio live con un altro brano di Squérez? come Un giorno migliore. Non prima di avere annunciato la propria intenzione di fare, al più presto, un nuovo disco perché il suo pubblico gli sta «dando tantissimo» e lui vuole che «il rapporto resti alla pari».

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