L’anima soul dell’elettronica: Chet Faker incanta Milano

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Tutto esaurito per il live milanese di Chet Faker, dj e producer in grado di fondere elettronica e soul. La recensione del concerto del 4 novembre 2014. Foto di Francesco Prandoni

4 novembre 2014, Fabrique, Milano. La pioggia ininterrotta non non ha fermato le migliaia di fan accorsi al Fabrique per assistere al concerto milanese di Chet Faker. Appena arrivata al locale mi accoglie una lunga coda, degna dei grandi nomi della scena musicale. Già dalla fila si intuisce che il pubblico è un miscuglio di lingue e di accenti: più che a Milano sembra di stare nell’East End di Londra.

Alle 22.00 passate da poco più di un quarto d’ora fa il suo ingresso sul palco Chet Faker. Camicia bianca – ultimo bottone rigorosamente chiuso – capello raccolto e barba lunga, esordisce discreto con un «ehi Milano what’s up?», si scusa per il ritardo e spiega che ha preferito aspettare che tutta la gente in coda riuscisse ad entrare. Guardandosi attorno e ripensando alla disperazione dei bagarini incapaci di trovare un biglietto da rivendere, mi accorgo che l’evento ha registrato il tutto esaurito.

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Un bell’esordio per l’australiano, alias Nicholas Murphy, classe 1988, capace di fondere (egregiamente) generi all’apparenza così diversi. Assistere a un suo live è un’esperienza ambivalente: al tempo stesso concerto e dj set, dove l’elettronica da club si alterna a canzoni soul e R&B. L’atmosfera è quella intima e racchiusa di un piccolo club e contemporaneamente quella dei grandi festival di musica elettronica. Tra i primi brani in scaletta 1998, pezzo contenuto nell’album d’esordio Built On Glass, uscito ad aprile 2014. Il Fabrique si infiamma: il pubblico canta come non mi era mai capitato di ascoltare a un evento di musica elettronica. Si continua con I’m Into You, brano del 2012 presente nell’Ep Thinking in Texture.

Chet Faker one man show: da solo si alterna al piano e al sequencer – i suoi unici strumenti – con gesti che assomigliano a una danza e non ti fanno staccare gli occhi dal palco. Molti i momenti nei quali l’artista australiano parla con il pubblico, uno tra tutti quando riflette sulla frequente mancanza di calore e passionalità nei set di musica elettronica, spesso ridotti a mera esecuzione meccanica. A seguire decide di fare un’improvvisazione alla John Cage, precursore (negli anni 50) della performance artistica e musicale. È con Cigarettes and Chocolate che viene fuori la vera anima elettronica di Chet, seguita da No Diggity, cover dei Blackstreet che nel 2012 trasforma il producer australiano in un vero e proprio fenomeno virale. Le atmosfere calde e intimiste del soul sono le protagoniste di To Me.

Quella di Faker è un’elettronica non convenzionale, come non convenzionale era il personaggio al quale si ispira per la scelta del nome: Chet Baker, uno dei massimi esponenti del cool jazz americano. Il concerto/dj set/performance (difficile da racchiudere in un solo termine) giunge al termine con la delicata Talk Is Cheep. Nel bel mezzo della canzone, l’australiano si blocca e sussurra «Milano canta con me». E Milano non si fa certo pregare.

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