Chris Robinson Brotherhood in concerto a Milano, un tuffo nelle sonorità seventies

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Milano, Fabrique, 7 marzo 2016. L’immagine di Chris Robinson festante su un palco milanese risale circa a circa tre anni fa, dove con i compianti The Black Crowes, fu protagonista di uno strepitoso concerto all’Alcatraz, nonostante un prossimo imminente scioglimento della band  dopo oltre vent’anni di successi. Chris dopo qualche screzio  egale con il fratello Rich, è ripartito dai Brotherhood, una nostalgica formazione rock blues corposamente contaminata da tutte le influenze seventies: suoni rigorosamente vintage, sostenuta sezione ritmica e soprattutto uno strabordante uso di atmosfere psichedeliche. Il palco ed il look sono rigorosamente retrò: tappeti, barbe incolte, lunghi capelli ed un contagiante profumo di incenso.

Robinson per l’occasione ha imparato (per modo di dire) a suonare la chitarra,  limitando enormemente il suo girovagare sul palco: intatta come sempre invece  la sua splendida timbrica vocale, ancora limpida potente e  senza sbavature. Il concerto è una sorta di bigino degli anni Settanta, che racchiude le venature più recondite della musica americana fra lunghe suite,  sporco blues e dannato  rock & roll. Grande spazio viene lasciato alle tastiere, vere protagoniste del sound dei Brotherhood, che con la mancanza di una vera seconda chitarra, si prendono un prepotente spazio, caratterizzando tutti  i pezzi della band. La scaletta spazia molto nella breve discografia del gruppo ed attinge dal passato splendide chicche totalmente riarrangiate. L’inizio è roboante con una convincente versione di Taking Care Of Business un potente blues trainato dalla chitarra di Neal Casal,  uno dei migliori chitarristi della scena americana, aggregato alla scanzonata band fin dagli esordi. Ottima anche la versione di Roan Contry Banjio e  straripante la sofferta ballata  Star O Stone dalle malinconiche atmosfere southern rock.

Chris si mette al servizio della band, ma quando serve,  la sua presenza scenica ed il suo innato carisma si fanno enormemente sentire. I suoni sono perfetti grazie anche all’ottima acustica del Fabrique, uno migliori locali per la musica rimasti ormai nella decadente Milano da bere.  L’attacco del secondo set è addirittura meglio del primo: Shake, Rattle and Roll fa muovere anche i più attempati sostenitori mentre emoziona l’ immancabile tributo ai tanto amati Grateful Dead con una lunghissima They Love Each Other. Come previsto pochissimi i riferimenti ai The Black Crowes: solo una riedizione quasi fedele di I Ain’t Hiding, un potente funk poco suonato live dalla band da Atlanta, che per l’occasione è tirato a lucido dai Brotherhood, in una trascinante versione dance.

La splendida chiusura nel bis finale è dedicata a Bob Dylan & The Band , con un’inaspettata Down In The Flood  per nulla intaccata dal tempo. Un concerto di oltre due ore per veri appassionati quindi, un tuffo nelle sonorità del passato di grande spessore e qualità. Poche band di questa fattura passano per l’Italia, ma quando lo fanno ci fanno sentire enormemente meglio. Lunga vita Chris.

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