Crosby Stills & Nash sono ancora dei grandi maestri

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Teatro degli Arcimboldi, Milano, 1 Ottobre 2015. Mancavano dall’Italia da poco più di due anni gli attempati fuoriclasse della West Coast, ed il loro di ritorno era atteso da molti. Tutto esaurito nel sempre splendido Arcimboldi, che accoglie con entusiasmo la prima data del loro mini tour: prossime tappe Padova e Roma. Difficile descrivere cosa rappresentino oggi Crosby, Stills & Nash, le tre star che abbiamo davanti: oltre alle magnifiche scritture musicali senza tempo, è impossibile non emozionarsi nel rievocare il contesto storico nel quale si sviluppa la genesi del gruppo, il suo bagaglio culturale, le band dalle quali provengono, le mille battaglie sociali di inizi anni Settanta, Woodstock e molto molto altro.

Tutto questo sono CS&N, molto più di un supergruppo: un pezzo di storia della musica, che al di la dell’amarcord, punge ancora dritto al cuore di ogni attento e devoto fan. Supportati dai soliti superlativi e fidati musicisti, i tre menestrelli sfoderano un concerto convincente, composto da due set con una pausa nel mezzo di circa 15 minuti, passando in rassegna molti dei successi della loro interminabile carriera. Giacca scura per Stills e Crosby, completo in jeans per Nash, come al solito il più in forma di tutti, che danza scalzo sul palco venerando ancora oggi la sua natura hippie.

La scaletta è quella annunciata: si parte spediti con Carry On/Question  purtroppo con un suono lievemente ovattato che migliora piano piano nel corso del pezzo. Nash sorride al pubblico e si prende gran parte della scena. Stills non proprio perfetto alla voce, rimedia alla grande sfornando lancinanti assoli. «Thank you for coming»,  dice Graham e la band attacca una trascinante  Long Time Gone con un egregio Crosby alla voce trainante. La band passa agevolmente da suoni acustici e rarefatti a contaminanti pezzi elettrici, accompagnata da un bellissimo gioco di luci che delinea sapientemente le variegate atmosfere. Fra le molte hit in programma, brillante è l’esecuzione di Cathedral, introdotta da un inquietante organo e dalla splendida voce di Nash per l’occasione al pianoforte, dove dissonanze vocali, psichedelia e cambi di ritmo si rincorrono senza pause. In Our House viene lasciato spazio al coro del pubblico mentre la riedizione di Deja Vu, vede una sontuosa parte dedicata agli assoli di ogni singolo strumento fra i quali un’emozionante ouverture di basso.

Il primo set si conclude con un omaggio ai Buffalo Springfield, con una corposa e scombinata versione di Bluebird. Il ritorno sul palco dopo la sosta di David Crosby è da applausi: il suo sorriso sotto gli amati baffi, il suo camminare lento e le sue mani in tasca lo eleggono re della serata. La seconda parte inizia acustica con Helplessly Hoping, e cresce lentamente con una romantica Giunnever in duetto vocale fra Graham e David, che rievoca uno dei momenti più toccanti della storia personale di Crosby. Il finale è come al solito roboante: fra le altre, Chicago precede Almost Cut My Hair, inno generazionale immortale urlato da David Crosby in uno strapotere di suono e timbrica vocale. Graham Nash presenta tutta la band e il pubblico si alza in piedi per cantare la conclusiva Suite: Judy Blue Eyes, fra mani alzate e affettuosi  applausi scroscianti. Una leggenda  della musica americana e del mondo del rock è passata ancora una volta a deliziarci: una lezione per molti, un ripasso per altri. I maestri sono ancora in cattedra.

 

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