Onstage

I Cure a Milano, musica da contemplare

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 1 novembre 2017. Che senso può avere oggi un concerto dei Cure, a distanza di 8 anni dall’ultimo disco di inediti e con il solo Robert Smith, oltre al bassista Simon Gallup, superstite della formazione che ha dato alle stampe il primo album? Me lo sono chiesto per settimane e me lo chiedo anche sulla strada per il Forum, che ospita la terza di quattro date in Italia della storica band inglese (la quarta sempre a Milano). All’uscita, dopo oltre tre ore di spettacolo e 31 canzoni in scaletta, avrò molto chiara la risposta alla mia domanda.

Il palco che ospita i Cure è a dir poco essenziale. È piccolo e sembra più adatto a un tour nei club che a una sontuosa tournée nei palazzetti delle più importanti città europee, con sold-out a ripetizione (e anche stasera c’è il pienone). Quattro schermi verticali alle spalle della band, con visual davvero risicati, quasi elementari, rispetto alle produzioni che siamo abituati a vedere (anche quando sul palco ci sono artisti italiani e non superstar internazionali) e un set di luci. Niente che possa arricchire lo show. È un palco anni 90, ma non nel senso degli U2 dello ZooTV Tour ovviamente.

È chiaro fin dalle prime note di Open (pezzo di apertura) che i Cure sono sempre i Cure, qualunque formazione salga sul palco – a patto che ci sia Robert Smith naturalmente. La cura e il rispetto che hanno per i suoni è impressionante, la musica che che abbiamo imparato ad amare sui dischi è fedelmente riprodotta, comprese le lunghe suite strumentali che contraddistinguono le canzoni della band inglese. Robert è vocalmente in grande forma. La sua voce non ha perso nulla col passare degli anni. Per questi e altri motivi – per esempio il grande lavoro dei fonici, che dopo aver preso le misure con i primi due pezzi rendono il suono perfetto – il concerto suona benissimo.

Lo sapevo anche prima di stasera, ma resto ancora una volta sorpreso dal fatto che i Cure siano diventati così celebri grazie a canzoni che nella maggior parte dei casi non prevedono ritornelli – per lo meno non nella consuetudine del pop, che assegna al chorus l’essenziale compito di sostenere tutto il peso della canzone. È anche per questo che il pubblico ascolta apparentemente senza troppo calore: non c’è mai il momento in cui esplodere in cori collettivi. Raramente – A Forest, Friday I’m in Love, Boys Don’t Cry e la conclusiva Why Can’t I Be You – i 10.000 del Forum si scaldano davvero. Ognuno dei presenti, sottoscritto compreso, vive il concerto intimamente, come se i Cure stessero suonando in 10.000 stanze diverse, una per ciascuna persona presente. È un modo insolito di vivere un concerto, qualcosa a cui non siamo abituati. È bellissimo.

La scaletta è al solito ricca di cambiamenti rispetto a quella delle precedenti serate. Ma è un dettaglio per feticisti, perchè le hit che non devono mancare ci sono tutte e il resto delle canzoni non interrompe la magia – anche se qualche brano in meno avrebbe giovato all’equilibrio complessivo della serata. Il pubblico è assorto, contempla uno spettacolo musicale di assoluto spessore, fatto da grandi musicisti guidati da un frontman che pur non tenendo in pugno la platea in senso fisico (alla Springsteen per intenderci), ne rapisce l’attenzione con quella voce mai perfettamente intonata eppure così dannatamente capace di scuoterti l’anima.

Già dopo poche canzoni avevo tutti gli elementi necessari per rispondere alla domanda che mi frullava nella testa prima di entrare al Forum. Ma uscendo, in quel tragitto che percorro fino alla macchina mentre le ultime note di Why Can’t I Be You lentamente si fanno più basse e lontane, metto in ordine i pensieri e formulo la risposta. Come fossimo davanti a un capolavoro senza tempo appeso alla parete di una stanza dove si entra uno alla volta, un concerto dei Cure è una grande occasione per contemplare la musica nella sua essenza, ammirarne l’integrità e celebrarne la meravigliosa unicità come espressione artistica. Un grande privilegio, ancor prima che un godimento.

Daniele Salomone

Foto di Francesco Prandoni

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