Bella sorpresa: il Damien Rice visto a Milano è un animale da palcoscenico

Damian Rice Milano recensione concerto 23 ottobre 2013

A undici anni di distanza dalla prima volta, Damien Rice si è esibito a Milano nella serata di giovedì 23 ottobre 2014. Il concerto ha rivelato un’inedita attitudine del cantautore irlandese, apparso molto diverso dall’artista timido che abbiamo conosciuto in passato. Ecco la recensione del live al Teatro Linear4 Ciak. Foto di Francesco Prandoni

Teatro Linear4 Ciak, Milano, 23 ottobre 2014. Teoria di Damien Rice: “Sei fuori con una che ti piace, sei carico di spermatozoi, vai in bagno, ti svuoti, se dopo di allora sei ancora attratto allora ti piace veramente”. Proviamo ad applicarla a un concerto, alla relazione tra artista e pubblico? Damien Rice stimola gli spettatori quasi subito con Delicate. Boato di gioia sotto il tendone. E’ il brano che apriva O, l’album di dieci anni fa cui va attribuito il tutto esaurito del Teatro Linear Ciak. E come andrà con i pezzi degli album successivi, alcune ancora inediti? Bene. Il pubblico appare contento di scoprire le nuove composizioni. E va in delirio sui piccoli classici di O.

Facile prevedere che andasse così. Erano otto anni che Damien Rice non si faceva vedere a Milano. I biglietti sono finiti nel giro di poche ore. Le persone accorse a sentirlo vivono questa serata come una liberazione. È la celebrazione di un culto che le ha accompagnate per anni. Il culmine è raggiunto nella tripletta Volcano CannonballOlder Chest. Per la prima, Rice prova a orchestrare le voci della platea. E ci riesce. Dove cantava Lisa Hannigan, ora provvede un teatro intero. Con un divertimento che, ascoltando la canzone incisa, non avremmo mai sospettato. Per la seconda tutto il contrario: via amplificazione, microfono e luci. Damien resta da solo al buio, sull’orlo del palco, a cantare nel silenzio più assoluto. Emozione palpabile. Poi sceglie Older Chest tra le richieste del pubblico. E’ tutto suonato con la sola chitarra acustica, talvolta distorta da qualche pedale (solo 9 Crimes viene eseguita al piano). Ma Rice è abilissimo a far dimenticare sia il supporto di una band, sia i limiti di certe sue composizioni.

Cos’è successo al trobadour schivo, allergico alle interviste, venuto fuori dal nulla, dalla voce delicata fin quasi alla nausea? A Milano Damien Rice è sembrato un vero animale da palcoscenico. Nessuna timidezza, nonostante i tanti anni di assenza. Certo, all’inizio tutto sembra coerente con l’immagine del cantautore crepuscolare. Al centro del palco s’intravede a malapena una figurina solitaria che arpeggia una chitarra acustica. Le luci sono scarse, Damien Rice assomiglia più a un riflesso che a un essere in carne e ossa. Torna in mente quel recensore che riteneva la luce fosse nelle canzoni. E forse è così. Ma più gli accordi e i versi di Damien Rice vanno dritti al cuore, più lui carica l’esecuzione con inaspettate dosi d’ironia (un pezzo, nel finale, diventa We Will Rock You dei Queen) e un dialogo sempre più aperto con il pubblico. Che apprezza, si sente coinvolto. Lo è fino a salire sul palco. Capita a due ragazzi spagnoli, Carlos e Patricia. Carlos sostiene che Patricia conosce le parole a memoria di Cold Water, quindi toccherà a lei accompagnare Rice. Lui è accanto e li filma, mentre cantano (di nuovo) al buio. La loro emozione è quella di molti spettatori.

Gran finale con i nuovi singoli e l’accompagnamento del Coro Barbarossa di Lodi, che giunge a prendersi la scena con una dolce Dream Dream Dream degli Everly Brothers. E finalmente The Blower’s Daughter, richiesta a gran voce per l’intera serata. Tutti a cantare in piedi. Ancor più forte quando la canzone cambia – ennesima sorpresa – e diventa Creep dei Radiohead (come nella prima serata milanese di Rice, 11 anni fa). Tra talento e mestiere, il mattatore Damien Rice ha fatto felice la sua platea. Alla fin fine, dice, “sono un po’ di canzoni su un po’ di sentimenti”: generico, ma sincero.

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