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Daniele Silvestri in concerto a Roma ci ha aperto le porte di casa sua

Roma, Sala Santa Cecilia dell’Auditorium, 27 dicembre 2016. Un concerto (anzi due) sotto le feste di Natale poteva permetterselo solo Daniele Silvestri, a conclusione dell’Acrobati Tour 2016. Due date affollate di fan, tanto che si era pensato pure di aggiungerne una terza. E invece, per rispettare la doppietta, si è deciso di riempire il retropalco della sala Santa Cecilia, solitamente poco utilizzato, con il risultato di un abbraccio di persone rotondo attorno al palco. Non si rivelerà una scelta azzeccata. L’affettuoso pienone alle 21.15 spaccate accoglie il cantautore romano con applausi entusiasti e fischi di incoraggiamento.

Daniele Silvestri siede subito al fedele pianoforte. Non dice una parola, sarà il suo unico momento di silenzio in tutta la serata. È consapevole che il suo spettacolo deve solo cominciare col piede giusto: con un inedito silenzio, lui che è il maghetto sornione delle parole. Lascia che sia la sua musica a parlare. La band – sette elementi che lo accompagnano sul palco – lo avvolge di suono mentre inizia con La verità, dominata dallo stridio evocativo della tromba di Marco Santori. Ma è solo l’inizio, appunto, perché l’applauso si trasforma presto in un battimani cadenzato per accompagnare Marzo 3039, uno dei suoi primi brani.

Silvestri mette subito le cose in chiaro: “Di parole ne dirò un po’, stasera. Sarà una serata un po’ lunga, magari verrà protezione civile a portare dei viveri…” sogghigna nel microfono, prima di lanciarsi in Quali alibi, il primo riuscitissimo estratto dall’ultimo album Acrobati. Tante parole nel testo, qualcuna dolcemente persa per strada durante una risata. “Questa è la nostra casa, non poteva essere questo il titolo migliore per chiudere l’anno. Benvenuti nella nostra casa” aggiunge il cantautore.

In effetti c’è un’atmosfera da feste natalizie, come è giusto che sia. Tutti accomodati in poltrona, chi più chi meno svaccato a digerire gli avanzi del panettone, in compagnia di un loquace Daniele Silvestri che sembra il nipote impegnato a strimpellare e chiacchierare in un angolo del salone. Ci sono i suoi compagni di liceo a fargli il tifo, la mamma, il fan club. La casa è anche questo: un incontro di amici allegramente riuniti tra un accenno dispepsico e l’altro. Il concetto di casa, di gruppo compatto, di accoglienza, di parole usate sapientemente, è il filo rosso che cuce insieme tanti pezzi del successo del cantautore romano. E pazienza se qualcuno in casa sta un po’ scomodo, non ci sente troppo bene perché la posizione dell’impianto taglia i suoni diretti verso il retropalco, impastando arrangiamenti e parole. Più che pazienza, però, è un peccato, perché uno dei punti di forza di Silvestri sono indubbiamente i testi e sentirli diventare una masnada ovattata offusca la potenza dell’esibizione.

“Le parole servono a tante cose. La mia casa sono le parole, è dove mi sento più sicuro” continua l’artista romano. “Mi diverto ad usare le parole in tanti modi. Non so disegnare, non so fare delle belle foto… con le canzoni si può dare voce ai pensieri di qualcuno. Possiamo entrare nella vita di una persona. Di una donna, in questo caso. Ha una pistola in mano e i suoi pensieri. Tutto il resto ce lo metterete voi”, spiega introducendo Monolocale, uno dei pezzi-recital che trovano sempre posto nei dischi del cantautore romano. Per alleggerire si passa ad una sequenza formata da Ma che discorsi – dove le parole restano sempre prepotentemente in primo piano – e Pochi giorni che nella versione originale ha il featuring di Diodato. Parole su parole, ma concrete: un Daniele in forma decisamente strepitosa e con una voglia di celebrazioni, di festa, di gioco davvero potente.

E per giocare non si poteva scegliere che Le cose in comune, una delle canzoni più belle del repertorio. Silvestri chiede il coro sul ritornello e sbuffa sul verso “entrambi viviamo da più di vent’anni entrambi comunque da meno di trenta”, facendo il gesto del carciofo con la mano come a indicare che sono passati vent’anni dalla canzone. Ma chi vogliamo prendere in giro, siamo vecchi ormai… eppure conserviamo la leggerezza di allora, Silvestri scherza improvvisando uno scat in stile Cab Calloway su Blues Brothers. Tempo di ballare da seduti Amoremio – brano drum’n’bass inaspettato e riuscitissimo, gran singolo di fine anni Novanta – e via verso altri brani più o meno nuovi, in una sorta di montagna russa del suo repertorio come lui stesso la definisce.

Questo primo concerto all’Auditorium è decisamente fuori scala, o meglio scaletta. Daniele si diverte a coinvolgere il pubblico e a spiazzarlo con brani inaspettati, poco suonati, ripescati dalle sue numerose produzioni come L’uomo intero, scritta sul finire degli anni Ottanta nella sua stanza ed elegantemente dèmodè, o la celebre Pozzo dei desideri con il ritornello sulle monetine. Si vira anche su cadenze tanguere e latine che hanno accompagnato un bel tratto della sua carriera culminando in Precario è il mondo, passando poi alle dediche, con Silvestri che opta per cantare un pezzo che scrisse per Mina, Il secondo da sinistra rendendolo in una elegantissima versione personale.

Un’altra tripletta di brani dal passato pesca varie delle sue uscite discografiche: Sulle rive dell’Arrone è un ricordo di alcuni momenti sentimentalmente difficili trasformato in chiave noise; L’uomo col megafono viene annunciata dal percussionista Sebastiano De Gennaro che riprende l’intro originale del disco con una deliziosa erre arrotata, mentre Il mio nemico acquista sfumature rock che ne impreziosiscono l’ossatura di denuncia, suonando sinistramente profetica sulla situazione politica e sociale di oggi. È il momento più alto dell’esibizione, il coro sembra amplificarsi davvero esplodendo fuori dalla Santa Cecilia. Non si continua sul filone politico, Silvestri ha voglia di alleggerire nonostante sia rimasto uno dei pochi cantautori a descrivere le realtà contemporanee. Anche lui ha bisogno di svago: con Acrobati scende a fare una passeggiata tra il pubblico con in testa un cappello a tuba e un gilet, poi indossa una giacca rossa a paillettes e introduce Spengo la luce e Un altro bicchiere, inattesa per questa serata (“infatti la dovevamo suonare domani”, ride Silvestri al microfono).

L’impressione che resta, a mente fredda mentre l’umidità sega le ossa sulla via del ritorno, è che Daniele Silvestri sia nel pieno della sua maturità artistica e possa permettersi sperimentazioni, ritmi diversi, saliscendi tra le sue produzioni artistiche come un vero acrobata in equilibrio su fili sconosciuti. Resta il dispiacere sonoro, nel vero senso della parola, di aver scelto un luogo tanto magico e perfetto come l’Auditorium optando per riempire anche il retropalco, e costringendo almeno duecento persone a vedere il concerto “da dietro”, ascoltandolo non al pieno delle potenzialità. In ogni caso, Daniele Silvestri resta un esempio elegantissimo di capacità di scrittura e tenuta di palco.

Le foto del concerto

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Arianna Galati

Foto di Roberto Panucci

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