Due smisurati talenti, David Byrne e St.Vincent a Brescia

recensione concerto David Byrne st vincent Brescia 9 settembre 2013

Dopo la collaborazione per l’album Love This Giant, David Byrne e St. Vincent portano in tour le canzoni realizzate insieme e alcuni importanti episodi delle carriere soliste. Ecco come è andata la prima data del mini-tour italiano.

Anfiteatro Vittoriale, Gardone Riviera, Brescia, 9 settembre 2013. Prendi il poliedrico leader di una delle band più importanti dagli anni settanta a qui, uno che ha sempre fatto della ricerca musicale una questione a metà tra intelletto e ironia. Prendi una delle più talentuose promesse dell’indie americano, una capace di conquistare qualsiasi pubblico con mezza canzone. Prendi una scaletta che ripropone i brani frutto della collaborazione tra i due e alcune delle pietre miliari delle loro carriere e le amalgama in maniera uniforme e inedita. Prendi una sezione di otto fiati che non si limita a suonare in maniera esplosiva, ma si presta a curiose coreografie. Metti il tutto in una cornice densa di storia e bellezza all’interno del Vittoriale Degli Italiani ideato da Gabriele D’Annunzio, con alle spalle il lago di Garda e di fronte un pubblico entusiasta. No, ancora non ci siamo del tutto.

Tutti questi elementi sono andati a formare una serata che ha dato molto di più a chi ha avuto la fortuna di assistervi. Già dalle prime note di Who, con la quale hanno aperto il concerto dopo essere entrati sul palco e aver raccolto gli strumenti che giacevano inerti e illuminati al suolo, la band ha lasciato il pubblico a bocca aperta. David Byrne è salito sul palco con giacca elegante e pantaloni bianchi, St. Vincent vestitino blu e inedita capigliatura ossigenata, in aperto contrasto con il nero corvino a cui siamo abituati. Dietro di loro (ma anche intorno, davanti, ovunque) una sezione di ottoni tra tromba, tromboni, tuba e corno francese più sassofono baritono e tenore. Ancora più dietro, ai lati, batterista e tastierista che all’occorrenza si occupava anche di pad elettronici. I musicisti erano coinvolti in semplici coreografie, alla fine di ogni brano le luci lasciavano il posto al buio e loro si disponevano sempre in maniera diversa: in file ordinate ai lati del palco, in piccoli gruppetti, di spalle come nel secondo brano Weekend In The Dust o sdraiati a terra (insieme a Byrne) quando St. Vincent ha cantato il suo brano Cheerleader. Non che ci fosse bisogno di questo espediente per farle catturare la scena.

Annie Clark (questo il nome di St. Vincent) ha un’aura magnetica, ed era veramente difficile staccarle gli occhi di dosso, nonostante tutto quello che le accadeva intorno. La sua voce è capace di farsi ricordare, e lei la usa con grande maestria, come anche fa con il suo corpo, grazie ad una serie di movimenti meccanici e squadrati. Cammina avanti e indietro a piccoli passetti uniti come fosse una bambola, ancheggia ridendo, disegna linee rette nell’aria con le braccia, mostra tutta l’ironia e il carattere di cui dispone. Metteteci di fianco i noti balletti di David Byrne e l’effetto sarà straniante. Ma non si limita a questo. Ha quasi sempre la chitarra in mano, da cui tira fuori un suono fuzz che arriva dritto in faccia. In I Am An Ape suona con naturalezza un pattern ritmico su pad elettronico, ovviamente senza smettere di cantare, o, in I Should Watch TV, sfrutta i rumori di un theremin mimando una specie di lotta con la sua controparte. E quando canta i suoi brani, come Cruel che apre il primo bis, fa venire i brividi.

David le lascia volentieri spazio, è uno zio che fa salire orgoglioso la nipotina sulla sedia per recitare la poesia, solo che la poesia in questo caso è un talento smisurato. Anche se il pubblico è quasi interamente lì per lui – è chiaro quando suona i suoi brani come This Must Be The Place, dedicata a Sorrentino, o Strange Overtones, vecchia collaborazione con Brian Eno – lui fa volentieri un passo indietro rispetto a Annie e la applaude spesso. Si prende anche il tempo per presentare i musicisti, non solo con nome e cognome, ma raccontando i progetti musicali a cui sta lavorando ognuno di loro. Wild Wild Life dei suoi Talking Heads la fa cantare a tutti loro, un frase a testa, e la annuncia come fosse un karaoke. Ma nonostante questo il pubblico non perde occasione per applaudirlo a ripetizione, e quando nel bis arriva Burning Down The House non c’è seggiolino che tenga, sono tutti in piedi e in poco tempo il divario tra la prima fila e il palco è pieno di gente che balla felice, fino a quando Road To Nowhere conclude lo show.

Ci sono ancora tre date in Italia. Vale la pena andarci se avete apprezzato il frutto della loro collaborazione Love This Giant, uscito l’anno scorso. Vale la pena andarci se non l’avete fatto e volete scoprirlo. Vale la pena andarci se amate le carriere soliste di questi artisti. Vale la pena andarci se volete vedere due grandissimi autori e interpreti, che mettono la propria bravura al servizio di uno spettacolo ricco e originale. Vale la pena andarci.

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