Un concerto di David Gilmour è un regalo che chiude il cerchio del tempo

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di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Circo Massimo, 2 luglio 2016. Per raccontare veramente l’emozione del primo dei due concerti romani di David Gilmour bisogna partire dalla fine, da quell’ultimo brano in scaletta il cui assolo lo ha consacrato alla Storia. È un dovere morale partire da Comfortably Numb e rifare il giro, perché quella canzone è l’alfa e l’omega per la chitarra di Gilmour, la vetta più alta della sua abilità e anche quella dall’intensità difficilmente replicabile, persino da lui.

Ma Gilmour è ancora pronto a dimostrarci qualcosa: di non essere solo il chitarrista che rimpiazzò Syd Barrett e partecipò alla scrittura dei dischi più belli dei Pink Floyd. Lo spazio tra brani solisti e brani della band è ben equilibrato, ma sono indubbiamente i secondi a conquistare maggiormente l’attenzione. Wish You Were Here arriva presto come uno scontro inatteso dietro l’angolo, come se la sentissimo per la prima volta, coi primi arpeggi che si sciolgono in quel “So… So you think you can tell” che avvolge di brividi la spina dorsale, il cuore, la pancia. Gli occhi si inumidiscono. È proprio lei, la canzone che persino quando la suonano in spiaggia con una chitarra classica mezza scordata riesce a muoverti qualcosa dentro. È intoccabile come la doppietta formata da Money, sostenuta da un assolo di Gilmour più infuocato e dinamico dell’originale, e Us And Them, che vengono suonate una dopo l’altra come nel disco da cui sono tratte.

Gilmour però non è solo la sua chitarra e ce lo fa capire: è il suo strumento principale, ma all’impenetrabile inglese piace anche un po’ stupire e l’occasione gliela dà il capolavoro High Hopes che gli fa sfoderare quel timbro che negli anni di gioventù non ha mai sfruttato appieno. La maturità gli ha regalato profondità sui bassi ed è l’ultimo grande singolo dei Pink Floyd a concedergli il piacere di ipnotizzare definitivamente il pubblico.

L’atmosfera di religiosa contemplazione trova il suo punto più alto in Shine On You Crazy Diamond: l’applauso si fa scrosciante, le note, che sembrano provenire dall’abisso degli inferi, scoppiano con violenza di velluto e non importa se le abbiamo ascoltate un numero indefinito di volte, conta solo il suono che vibra nello stomaco e il coro urlato dei fan mentre le luci illuminano a giorno il Circo Massimo. Gli animi trovano un po’ di riposo con la seconda parte del concerto, durante la quale spicca Astronomy Domine.

Con gli ultimi brani in scaletta Gilmour si ritrova, a sua insaputa, ad accompagnare uno dei momenti di più alta tensione per un appassionato di calcio: l’Italia, che nel frattempo sta giocando la partita con la Germania per Euro 2016, è finita ai rigori e il pubblico del Circo Massimo lo sa, perchè non è riuscito durante il live a non dare almeno una volta uno sguardo allo smartphone, per vedere come se la cavavano i nostri. Il paradosso vuole che il gol del vantaggio tedesco arrivi su High Hopes e che la partita finisca con la sconfitta italiana proprio su Sorrow – perfetta e prolungatissima, quasi a sottolineare il momento di tensione – a riprova che il caso,quando ci si mette in mezzo, ci riesce sempre bene.

Il definitivo rompete le righe arriva con Run Like Hell e tutti si lanciano sotto il palco, liberati dalle preoccupazioni calcistiche e pronti finalmente alla cavalcata di chiusura in compagnia dei bis tanto attesi. Tocca a Time, con tanto di coro del pubblico che la canta tutta, Breathe e naturalmente ad una versione esagerata di Comfortably Numb, con l’assolo portato all’estremo, lunghissimo, le note alte che diventano stilettate al cuore e al cervello. Uno dei pochi brani che Gilmour compose per il capolavoro dei Pink Floyd The Wall, una delle poche canzoni che gli è concesso suonare dal vivo per quegli antipatici accordi che hanno sancito la spartizione di uno dei migliori patrimoni musicali di sempre, tra lui e Roger Waters.

Sir David la suona intensamente, con una classe che non ha uguali, avvolto in un fascio di laser verdi e rossi, con una luce bianca puntata su di lui – un tricolore luminoso, ultimo omaggio all’Italia che lo ospita in questi giorni. Lo salutiamo con uno scroscio di mani composto ma commosso, forse un po’ frenati dal suo aplomb inglese: un regalo come questa serata vale tutto e chiude definitivamente il cerchio del tempo. Gilmour ci ha resi comfortably numb ma in senso positivo, ottimista, e indubbiamente felice. E pazienza se alla fine la Germania ha battuto l’Italia.

Clicca qui per guardare le foto del concerto.

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