La leggenda Deep Purple in concerto a Milano

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I Deep Purple in concerto a Milano hanno proposto alla platea grandi classici e nuovi brani in una serata coinvolgente che ha celebrato la storia del rock.

Milano, Ippodromo del Galoppo, 21 luglio 2013. Esistono diverse tipologie di spettatori che si possono incontrare ai concerti dei Deep Purple. I fan veri, quelli che conoscono tutte le canzoni, i grandi classici insieme ai nuovi pezzi di Now What?!. C’è la sottocategoria dei nostalgici di una stagione della musica che non c’è più (e che d’altronde è irripetibile). E poi ci sono i curiosi, quelli che almeno una volta nella vita vogliono vedere e sentire di persona uno dei gruppi fondamentali della storia del rock. Perché, comunque la si pensi, qualunque genere si ascolti, nessuno può negare che senza i Deep Purple oggi la musica non sarebbe la stessa.

Il gruppo britannico stupisce nella sua prima data italiana per l’impressionante qualità live. La voce di Ian Gillan, a quasi settant’anni, mostra inevitabilmente la sua età, soprattutto negli acuti, ma senza sfigurare. Sul fronte delle sonorità invece c’è da restare a bocca aperta per quello che Roger Glover (basso), Ian Paice (batteria), Steve Morse (chitarra) e Don Airey (tastiere) riescono a snocciolare tra una canzone e l’altra e per gli assoli all’interno dei brani. Un po’ forse per dare fiato a Gillan. Soprattutto perché a sentirli suonare non si può non ammirare il professionismo che sta dietro a una band che potrebbe vivere sugli allori della propria immensa fama. Come è capitato di sottolineare in altre occasioni per altri artisti, i Deep Purple appartengono a una stagione che faceva del live e del rispetto per il proprio pubblico il punto principale: si va fuori sul palco e si suona per chi è lì sotto a sostenerti, non per fare soldi.

È così che anche il celebre (e sempre spettacolare) riff di Smoke On The Water, forse il più noto nella storia del rock, non è un momento di autocelebrazione, ma un dono ai fan. I Deep Purple credono ancora, dopo tanti anni, che la musica sappia trasmettere qualcosa di unico. Il concerto procede così per un’ora e mezza con canzoni pescate sia dall’ultimo album Now What?! sia dai tanti capolavori di una carriera maestosa, fino alla chiusura con Hush e Black Night. Ma prima c’è il tempo, tra le tante, per Into the fire e Hard Lovin’ Man (da In Rock), per Fireball e No One Came (da Fireball) e per Maybe I’m a Leo e Lazy (da Machine Head). C’è spazio persino per Mozart, durante un solo di Airey. Certo mancano Child In Time e Woman From Tokyo, ma non si può pretendere troppo.

Resta un’unica pecca. La sensazione che non sia scattato quell’interruttore in grado di trasformare un bel concerto in un evento unico. Difficile individuarne il motivo, ma è vero che una parte del numeroso pubblico (oltre 5mila persone) ha dato l’idea di essere presente per poter dire di averli visti almeno una volta. E bisogna pur ammettere che il physique du role dei Deep Purple non è quello dei vecchi tempi. Gillan in particolare, a parte una giacca dorata indossata per un paio di canzoni, sembrava il Robert Forster di Paradiso amaro. Ma la sua generosità nel muoversi sul palco e le sue sincere parole di ringraziamento al «pubblico fantastico» riescono a mettere da parte ogni impressione. Perché a contare, come sempre, è la sostanza. E quella, si può starne certi, con i Deep Purple non può mancare.

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