Deftones devastanti in un Live Club stracolmo di entusiasmo

Deftones tour Italia 2016 concerti
di Redazione
Foto di Francesco Prandoni - Testo di Chiara Borloni

Ancora prima che salgano sul palco i Deftones, attesi da mesi per l’unica data italiana andata sold out a tempo da record, il Live Club di Trezzo sull’Adda si riempie lentamente di camicie a scacchi e trucker hat, ed è subito nostalgia nu metal.

Ma come dimostra il tutto esaurito, con un locale gremito fino all’ultimo centimetro quadrato calpestabile, scale e balconate incluse, e il successo di Gore, la più recente fatica in studio della band capitanata da Chino Moreno, i Deftones sono ben lungi dall’essere catalogati come reperti da museo. Per non parlare dell’energia che la formazione è ancora capace di far scaturire dal vivo ancora più che su disco.

Il palco spoglio, decorato solo da cataste di amplificatori e soprattutto da un impianto luci straordinario e dai fenicotteri rosa della copertina di Gore sullo sfondo, lascia al centro dell’attenzione i protagonisti assoluti della serata: cinque musicisti in forma strabiliante. Si scaldano i motori con Rocket Skates, introducendo una scaletta fortemente equilibrata, con una media di tre pezzi a disco tra quelli selezionati dalla produzione della band di Sacramento, ma si parte per davvero in quarta con My Own Summer (Shove It).

Il frontman è più carico che mai, si avvicina pericolosamente al pubblico stringendo il maggior numero di mani possibile, e si ferma solo per imbracciare la chitarra, accompagnando Stephen Carpenter alla solista e Sergio Vega al basso. In disparte, ma vitali nell’economia del concerto, stanno Frank Delgado con i suoi effetti sonori e il puntuale quanto micidiale Abe Cunningham alla batteria.

Soltanto dopo un omaggio esplicito a Prince, durante l’omonima canzone tratta da Diamond Eyes (release del 2010 che ha visto il maggior numero di tracce in setlist) con tanto di luci viola, arriva uno dei singoli più recenti, Prayers/Triangles, ancora una volta accompagnato da fasci di colore che virano dal verde al rosa. Il cuore del set è la tripletta estratta dal successo del 2000 White Pony, (in rapidissima successione Digital Bath, Knife Party e Change) talmente perfetta con i suoi suoni suadenti e struggenti che è impossibile continuare cosi.

Per questo motivo il fragile equilibrio e l’alchimia tra gli album nella prima metà della scaletta si spezza e si mischiano le carte in tavola, ma solo per ritrovare un nuovo filo conduttore: la velocità e l’aggressività, come a voler congedarsi lasciando in ricordo un fruscio persistente nelle orecchie del pubblico. Vedi Around the Fur e la chiusura prima dei bis d’annata (Root e Engine No.9)con la recente e frenetica Rubicon.

A tal proposito, il volume quasi oltre la soglia dell’umana sopportazione è il biglietto da visita dei Deftones, che amano impastare i suoni amalgamandoli in una cortina devastante. E i fan non aspettano altro per lanciarsi in circle pit furiosi. Poche parole e tanti fatti, ecco cosa sono i Deftones, ed ecco come riescono a portarsi a casa un’altra serata tecnicamente ed emotivamente ineccepibile.

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