Un tuffo nel passato di Dente, il live report della seconda data a Milano

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di Redazione
Foto di Roberto Panucci - Recensione di Daniela Giordani

Arci Bellezza, Milano, 2 aprile 2016. Dopo un paio d’anni dalla pubblicazione del suo ultimo disco Almanacco del giorno prima e a poco meno di uno dal suo esordio letterario con Favole per bambini molto stanchi Giuseppe Peveri, in arte Dente, si confronta con il suo passato – non necessariamente remoto – portando in scena, con una manciata di date in occasione della ristampa, il suo primo disco Anice in bocca che, pubblicato nel 2006 in poche centinaia di esemplari (era da tempo introvabile).

La situazione è raccolta, ma gremita: anche i biglietti per le due date milanesi sono finiti in fretta. Lo spettacolo inizia senza tanti convenevoli, imbracciando la chitarra e con i poco più di due minuti di Al mondo: i saluti e le prime battute arriveranno solo dopo. L’intento è chiaro, l’album verrà riproposto dal vivo per intero, «dall’inizio fino alla fine». Dente sul palco è solo, la scenografia è essenziale, mentre il suono, declinato con qualche effetto, è affidato principalmente a due chitarre acustiche e una tastiera, poco usata. E se il disco in questione è caratterizzato da brani molto brevi, musicalmente mai banali, liriche spesso concise – anche spietate – e sperimentazione nella voce, lo spettacolo si arricchisce anche dell’accostamento tra questa struttura e l’atmosfera che si respira nel piccolo teatro del Bellezza, dove saranno l’(auto)ironia, i siparietti e il calore del pubblico ad alimentare lo scambio di emozioni.

Giuseppe Peveri si destreggerà sul palco, tra finali netti, delusioni in note, versi al vetriolo, battute tragicomiche e numerosi applausi, in una comunicazione che è, o almeno così ci fa credere, a due sensi. Si procede con Io della bellezza non me ne faccio un cazzo, Di più , i pochi secondi di Le gambe, Stimolividi, Gommadonna, una dolce e solo strumentale Mielodia e Novemilaore tra dialoghi anomali e frammenti di emozioni pennellati con decisione, con testi affilati, in cui si intravedono già le tematiche ricorrenti di quella che sarà la produzione del cantautore. Si supera velocemente la prima metà del disco con l’uso arguto dei fonemi in Fino a là, scoprendo anche che il beatbox di Dente non è niente male sulla bella Un bacio e un omicidio, incontrando il freddo invernale e le previsioni sbagliate di Per nome, da cui prende il nome il disco.

Il ritmo scanzonato di Pastiglie viene seguito dalla rarefatta e ipnotica Elettrofioriture e da Poca cosa. Su Senza Testo? Dente esorta il pubblico a lasciarsi ispirare dal brano strumentale invitando a scrivere un testo. A Gioco da me, in cui il cantautore si cimenta con le tastiere, il compito di concludere l’album e la prima parte dello spettacolo, giocando con la voce. Nella seconda parte dello spettacolo Peveri pesca a piene mani dalla sua discografia,  riproponendo alcuni brani con chitarra e voce, raccogliendo l’entusiasmo di un pubblico che l’ha ascoltato sino ad ora con attenzione e calore.

Su Beato me si scatena il sing along, Canzone di non amore è subito anche accompagnata dal battito di mani. Bella la scelta di Diecentomille a cui seguono, dal suo ultimo album, una apprezzatissima versione chitarra-voce di Invece tu, con tanto di coraggiosi fan fischiettanti protagonisti di un siparietto comico, e la delicata Casa tua. A Sogno, tra nostalgia e ricordi, seguono i calembour ritmati di Coniugati passeggiare e, da L’Amore non è bello, Finalmente e la travolgente A me piace lei, divise solo dalle note promesse Baby building  ben cantata anche dal pubblico.

A rappresentare l’album Io tra di noi, Puntino sulla i, prima di un ipotetico finale che accontenta proprio tutti con l’agrodolce Buon appetito (immancabile!). L’artista esce di scena – l’ excursus sembrerebbe concluso – ma l’applauso del pubblico lo richiama: l’ultima canzone è Vieni a vivere, perfetta per la buonanotte. Finisce così questo salto nel passato, non resta proprio che aspettare le nuove note e le nuove storie del prossimo disco.

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