Una (lunghissima) sera con i Dream Theater. Il report del concerto di Milano

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Dream Theater a Milano per un concerto di tre ore di durata, primo del mini tour italiano che vedrà la band anche a Firenze, Roma e Padova. Ecco la recensione del concerto.

Mediolanum Forum, Assago, Milano, 20 gennaio 2014. I Dream Theater sono da sempre orgogliosi di tutti i loro dischi. Non rinnegano praticamente mai quanto inciso, anzi dedicano spesso larga parte dei loro numerosi tour ai dischi appena prodotti, lasciando spesso volutamente in disparte i grandi classici in favore del nuovo materiale. Il tour Along For The Ride – An Evening With Dream Theater ha estremizzato il concetto, proponendo due set divisi: nella prima parte la quasi totalità è stata concessa al recente (e vendutissimo anche in Italia, visto il secondo posto raggiunto nella classifica nazionale) omonimo album, con altri pezzi estratti da penultimo e terzultimo lavoro in studio in ordine cronologico; la seconda ha invece visto la celebrazione del ventennale di Awake e del quindicennale di Metropolis II – Scenes From A Memory, uno dei cd più amati dal pubblico più generalista della prog metal band americana.

Una scelta del genere è pericolosa. Benché non sia assolutamente in discussione l’abilità esecutiva del quintetto, è stato difficile reggere la prima ora e mezza senza concedersi una pausa birra o sigaretta. Le canzoni nuove sono dignitose per carità, ma un conto sono i singoloni come The Enemy Inside o le rockeggianti, fresche e relativamente brevi The Looking Glass/Along For The Ride, un altro le ciclopiche e insipide The Shattered Fortress, On The Backs Of Angels e Breaking All Illusions (quasi trentacinque minuti in totale per tre brani!): negli anni novanta i Nostri hanno già detto tutto quanto fosse possibile in materia di lunghe suite, scrivendo capolavori come Trial Of Tears (1997, gemma dell’allora criticatissimo Falling Into Infinity che da sola vale l’intero il primo set) piuttosto che Take The Time e Voices (non eseguite questa sera). E’ abbastanza normale che il pubblico cada quasi in catalessi, rivolgendo gli applausi di rito a fine traccia e poco altro, per riprendersi saltando scatenato non appena il riffone di The Mirror apre il secondo tempo.

Arrivano finalmente i fuochi d’artificio: Lifting Shadow Off A Dream, la lunga (bellissima e coinvolgente) Scarred e il testamento dell’immenso tastierista del 1994 Kevin Moore Space Dye Vest, rendono omaggio al già citato Awake, terzo cd dei Theater che diede loro la definitiva notorietà internazionale. Dopo tanto ben di dio, riesce anche più facile sopportare Illumination Theory, ennesimo episodio da oltre venti minuti contenuto nell’omonimo album del 2013. L’encore è affidato a quattro estratti da Scenes From A Memory, che spedisce a casa i circa settemila presenti sul ritornello conclusivo di Finally Free, quando i “One Last Time” che echeggiano dalla platea del Forum lasciano estasiato James LaBrie, cantante che questa sera ha dato tutto quanto avesse in corpo e nelle corde vocali.

Parlando di singoli è praticamente impossibile criticare i Dream Theater da un punto di vista tecnico esecutivo. E’ molto più facile incavolarsi per l’assenza totale dalla scaletta di episodi dal leggendario Images & Words del 1992, piuttosto che cercare sbavature a un combo che ha fatto dell’assoluta e maniacale precisione un marchio di fabbrica. Tuttavia è giusto segnalare che il sound non era affatto degno di un gruppo di tale caratura sugli spalti, troppo sbilanciato in favore di chitarra e tastiere, penalizzante per il batterista Mike Mangini, il cui rullante si sentiva davvero poco. Nel parterre la situazione migliorava, ma non di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi da una formazione che dal vivo suona da sempre come su disco.

Infine, nonostante il già citato Mangini sia un mostro dietro le pelli, è inevitabile fare confronti col passato e col membro fondatore Mike Portnoy, staccatosi dalla band per ragioni ancora fumose nel 2010: impietoso il paragone dal punto di vista scenico, dato che Iron Mike era un frontman nonostante sedesse dietro un colossale set di tamburi e piatti: sapeva incitare il pubblico, dava manforte sulle backup vocals e aveva un tocco che era perfetto (e ovviamente irreplicabile) nell’economia del gruppo. Se a Mangini viene meno (per scelte della band piuttosto che per ubriachezza del fonico, chissà) l’impatto del rullante e in generale il volume, allora il confronto diventa un autentico massacro per, lo ripeto, l’abilissimo drummer di origini italiane.

Luci e ombre quindi, in una serata che ha comunque registrato un buon afflusso di pubblico a quello che era il primo grande show di un 2014 che dal punto di vista live promette scintille.

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