I Duran Duran hanno ancora fame di palco

Duran Duran Roma 7 giugno 2016 recensione
di Arianna Galati
Foto di Roberto Panucci

Roma, Postepay Sound Rock In Roma, Ippodromo Capannelle, 7 giugno 2016. Se lo scorrere del tempo è una variabile implacabile per tutti, per i Duran Duran sembra non essere passato neanche un battito di ciglia dagli anni dell’apice del successo. Possono permettersi di piazzare come secondo pezzo la canzone per cui probabilmente molto sono venuti a sentirli, Wild Boys, per dimostrare chiaramente che quell’attitudine da ragazzacci non l’hanno affatto persa.

I giovani Bloom Twins hanno l’arduo compito di scaldare gli animi e riescono a farlo con onestà, tastiere sintetiche e una buona dose di umiltà. Cambio palco per i tecnici, chiacchiere, si cercano gli amici ritardatari e le amiche che sono sottopalco dall’apertura dei cancelli, e per questo ben decise a non muoversi. L’aria che si respira, oltre all’umido, è quella di una rivincita per molte persone che i Duran Duran non se lo sono potuti godere al momento della loro massima ascesa poprock: ma ora possono permetterselo. Loro questo lo sanno perfettamente e dopo i falsi tuoni piombano sul palco come gli elegantissimi paper gods che sono, aprendo il concerto proprio con la title track del nuovo album.

Sui volti del loro pubblico, nutrito nonostante i forti temporali del pomeriggio e un tasso di umidità che ha reso la piana di Capannelle un pericolo di fango, il tempo sembra essersi fermato: ci sono donne con la fascia della band annodata alla fronte, rinnovate nella stessa passione di trent’anni prima, e uomini con le pance tese sotto le magliette del Paper Gods Tour 2016, appena comprate al banchetto del merchandising.

Simon LeBon ha una voce in grado di raccontare molto della musica pop elettronica contemporanea, che piaccia o meno il suo personaggio: sugli alti lo sostengono le coriste, ma il suo modo di cantare è ancora inconfondibile e in grado di rimescolare gli ormoni. Sembra che la gola lo possa abbandonare da un momento all’altro e che ce lo ritroveremo improvvisamente afono, ma è solido come una roccia. In pantaloni bianchi aderenti che nemmeno Freddie Mercury, giubbotto di pelle da motociclista e ciuffo contenuto, che ricalca la sua aria da tenebroso, Simon è il regista ufficiale dei Duran Duran. Il pubblico è suo con due “grazii Italia” e la dedica “agli amanti, agli amanti della musica” prima di Come Undone, in coppia con la splendida corista che, a differenza di Simon, avverte l’umidità nella gola. Musicalmente a tenere in piedi tutto ci sono la batteria doppiata dal sintetizzatore, e soprattutto il basso da mal di pancia di John Taylor.

Le hit ci sono tutte: le succitate Wild Boys e Come Undone, Hungry Like The Wolf, a View To Kill (colonna sonora di James Bond) e via singoleggiando. Sul funky di Notoriuos, scritta con Nile Rodgers come Simon Le Bonnon non manca di ricordare, l’iniezione danzereccia parte come una fucilata sui cori e i battimani del pubblico, prima di una potentissima Pressure Off che fa sbracare più di un fan della prima ora, per non parlare di quelli dell’ultima. L’accoppiata di Planet Earth con l’omaggio a David Bowie, una cover synth e duraniana di Space Oddity cantata con voce emozionata da Simon, sembra veramente chiedere al Duca scomparso a gennaio se riesca ad ascoltare noi intirizziti quaggiù.

Ecco, se c’è un appunto da fare è che nelle ballad di metà scaletta si avverte un po’ di stanca, come un calo di intensità: ma basta la bellezza struggente di Ordinary World, che risollevò i Duran dal forzato oblio dei primi Novanta, a rimettere a posto le carte sul tavolo. C’è il pubblico a cantare questo piccolo gioiello pop a squarciagola, e la stessa sorte tocca alla più recente Reach Up in mix con New Moon On Monday. Ma il momento più atteso non poteva che essere quello del primo bis, dedicato a quella che da molti è considerata la ballad rappresentativa degli Anni Ottanta, Save A Prayer, per la quale Simon Le Bon chiede al pubblico di alzare in aria i telefonini e “flashare i Duran Duran”. Un coro unanime sul ritornello, cellulari al cielo, ed è di nuovo “save it till the morning after”.

I Duran Duran sono ancora boys, ancora wolves, hanno una fame non totalmente saziata e vogliono stare sul palco per mostrare che qualcosa di buono, dai vituperati Eighties, è venuto fuori. Lo fanno con un concerto concreto, ben giostrato e calibrato, senza fronzoli. Dritti alla meta. Verso i prossimi trent’anni da paper gods.

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