La bravura di Elvis Costello sta nel saper emozionare anche con l’imperfezione

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Auditorium Parco della Musica, Roma, 29 maggio 2016. In un luogo acusticamente perfetto come la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma, possono entrare giustamente solo i più grandi musicisti e interpreti di tutti i tempi, coloro che riescono a superare le barriere della bravura. Ed Elvis Costello lo ha meritato con oltre quarant’anni di carriera, iniziata a seguito del padre cantante, ben prima della pubblicazione dell’album d’esordio My Aim Is True, arrivato nel 1976.

Elvis Costello lo sa, e dimostra di essersi guadagnato tutto sul campo. Il suo Detour – “deviazione”, è questo il nome che ha dato alle date del tour 2016 «Perché da dove vengo io, quando si chiede se vai da qualche parte, si dice “Vado a fare una deviazione”» spiega nel corso della serata con il dissacrante humour britannico – è un viaggio a tappe non cronologiche ma emotive, attraverso le canzoni, le ispirazioni, gli amici, gli aneddoti personali di una lunghissima vita e conseguente carriera, eseguito con un’intensità fenomenale in ogni piccolo dettaglio, anche negli errori. Elvis Costello è solo sul palco con un paio occhialoni neri che poi cambierà in favore dei suoi classici squadrati da vista, marchio di fabbrica del personaggio. È circondato da chitarre, microfoni, oggetti di modernariato e lo schermo di una vecchia televisione analogica a manopola, sul quale passano immagini e spezzoni del passato, fotografie, filmati, pubblicità di giornale. Un viaggio attraverso le deviazioni, appunto, che Elvis Costello intraprende come un pifferaio magico che si porta via il suo pubblico.

Il cantautore inglese sembra quasi mettersi a nudo nella dimensione dell’Auditorium, raccontando di sé e della sua adolescenza, dei mentori, degli amici e degli ispiratori. Dedica un ricordo commosso ad Allen Toussaint, il grande musicista blues scomparso nel 2015 con il quale ha inciso un disco nel 2006, di cui racconta la genesi, trasportando l’intera sala nella New Orleans distrutta dall’uragano Katrina; parla del padre cantante annoverandolo tra i suoi grandi maestri insieme ai Beatles, con un’aneddotica vivace e ricca di spirito dissacrante, che sembra contrastare con la delicata dolcezza dei brani in scaletta.

Elvis Costello non ha bisogno di sovrastrutture: la sua bravura sta nel saper emozionare anche con una sbavatura nell’intonazione, per quell’attitudine punk e rivoluzionaria che in lui si sposa con un gusto melodico eguale a pochi. Lo dimostra con Shipbuilding, scritta per raccontare la guerra della Falkland degli Anni Ottanta dal punto di vista di un operaio in un cantiere navale, con cui ammalia l’intero pubblico facendolo sognare, nonostante il tema non sia dei più felici; e l’immancabile Almost Blue, perfetta anche nei passaggi poco intonati, alla quale incolla All Or Nothing At All di Sinatra in un medley dal sapore jazz.

Ma è Costello, e lui lo può fare. La voce è inconfondibile: piena sui bassi, graffiata e spezzata sugli alti che si ostina caparbiamente ad affrontare, dolcemente sofferta nei momenti migliori che sono quelli dove stacca la spina, letteralmente. Elvis Costello ha il dono della narrazione sommessa e ne è la prova la splendida Alison, forse uno dei suoi brani più famosi, eseguita con la chitarra staccata dall’amplificatore e senza microfono, passeggiando tra le prime file di una platea attonita e inchiodata ai sedili per non perdere nemmeno una sfumatura. L’Auditorium sembra rimpicciolirsi per diventare un piccolo club fumoso in qualche città sperduta, dove Costello canta per pochi intimi e non per una sala gremita e dove è l’atmosfera a sciogliere i cuori di tutti.

L’ultima parte del concerto si anima di elettricità con l’ingresso del duo Larkin Poe, giovani fanciulle al mandolino e steel guitar che supportano Elvis Costello ai cori. Dopo l’elegante Alison, la sensazione che se ne riceve è quella di uno schiaffo in faccia, ma è pienamente nello stile Costello spiazzare il suo pubblico saltando tra i generi, senza perdere in omogeneità. Il gran finale è con i fan che assediano il palco, proprio sotto i suoi piedi, e con una I Want You così dolorosa e intensa, sussurrata un po’ nel microfono un po’ fuori, che affetta il cuore al rallentatore, con una lama sottile. Un concerto sincero e ben calibrato che riconcilia le orecchie e i sentimenti.

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