Erlend Øye a Milano tra pop, nostalgia e cover. A quando l’album in italiano?

Erlend Oye milano 6 novembre 2014 recensione

Erlend Øye ha trascinato il pubblico di Milano con il suo stile fresco e nostalgico. La recensione del concerto del 6 novembre 2014. Foto di Fabio Izzo

Fabrique, Milano, 6 novembre 2014. Dall’Islanda a Bergen, alla Sicilia, ai Caraibi, passando per Berlino. Erlend Øye è un nordico che guarda a sud. Addirittura ha deciso, un paio d’anni fa, di lasciare la Norvegia e stabilirsi a Siracusa. Però per registrare Legao, il suo ultimo album solista, è tornato in cima al mondo e ha assoldato una band islandese… ma specializzata in reggae. Era diventato famoso poco più d’una decina d’anni fa con i Kings of Convenience e sembrava il nipotino di Simon & Garfunkel, duo non proprio famoso per le atmosfere solari. Oggi, passati anche i bei trascorsi berlinesi dei Whitest Boy Alive, lo si ritrova innamorato di tutto ciò che è movimento, luminosità, relax. Una tendenza che si concilia bene con il suo modo di stare in scena, tra movimenti buffi, battute, aneddoti spiritosi, e un modo di ballare che vendica in allegria la maggioranza silenziosa dei disco-imbranati.

Il norvegese eccentrico sa come coinvolgere il pubblico e la scelta di puntare sul pop va, per natura, in questa direzione. Peccato soltanto che a vederlo a Milano siano accorsi in pochi. La prima parte del concerto è dedicata proprio a Legao, con i suoi suoni reggae e soul. E subito è evidente l’importanza del ritmo, più trascinante delle canzoni stesse. La band fa bene il suo mestiere ma il problema è che si sfocia – ogni tanto, non sempre – nell’easy listening, senza che i pezzi abbiano una gran presa sull’ascoltatore. Per fortuna, a compensare dal vivo, c’è la presenza scenica di Øye – e del tastierista islandese, verrebbe da aggiungere, con la sua improbabilissima barba in stile ZZ Top. È lui a diventare protagonista a metà concerto, un intermezzo acustico durante il quale Erland Øye prima canta una canzoncina in italiano e poi lascia il microfono al compagno per una ballata in islandese.

La seconda parte della serata vira sulla nostalgia degli anni Settanta (e primi Ottanta), con i ritmi disco a prendersi la scena e il richiamo sul palco del gruppo spalla. Il singolo cantato in italiano, La prima estate, si rivela il momento più felice e coinvolgente di tutto il set, con lo spilungone scatenato e il pubblico entusiasta in movimento. E si prosegue benissimo, sempre tra trame disco e funk ma con tonalità più metalliche, con una canzone dei rimpianti Whitest Boy Alive. L’encore riparte da un brano del primo disco solista di Øye, Every Party has a Winner and a Loser. Ma conclude – in solitudine acustica – con due classici nostri: Ritornerai di Bruno Lauzi ed E la chiamano estate di Bruno Martino. Reazioni felici dei presenti, e domanda inevitabile: quando arriva l’album di cover tutto made in Italy?

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