Il cerchio perfetto di Fabi Silvestri Gazzè si chiude all’Arena di Verona

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di Alvise Losi
Foto di Cristina Checchetto

La recensione del concerto evento di Fabi Silvestri Gazzè all’Arena di Verona il 22 maggio 2015.

Si dice che tutte le cose belle debbano prima o poi finire. È una cavolata. Una scusa per trovare una consolazione razionale a qualcosa che ci fa più o meno soffrire. Ecco, questo poteva essere per tanti il concerto del trio Fabi Silvestri Gazzè all’Arena di Verona. Vorrei dire per tutti, ma non bisogna mai essere assolutisti nella vita. È vero però che così come la prima volta non sarebbe stato tanto bello se fosse stata una delle tante, anche in questa occasione la consapevolezza che si sia trattato dell’atto finale di una storia d’amore e di amicizia in musica ha reso la serata ancora più unica. Soprattutto perché è stato tutto di una perfetta imperfezione.

C’è una certa differenza, che si potrebbe definire lirica visto il luogo, tra atto finale (questo dell’Arena) e ultimo atto (quello di Roma del 30 luglio). E per dare la giusta importanza alla serata Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè hanno deciso appunto di partire dalla fine dei concerti del tour. Là ricordavano all’ultima canzone che era importante la presenza di amici musicisti sul palco perché solo insieme si può dare vita a progetti così belli, qui lo hanno fatto ancora prima di iniziare. Appena usciti sul palco hanno chiamato a sé i loro bravissimi musicisti e li hanno fatti accomodare, per poi partire con Alzo le mani.

Guarda le foto del concerto di Fabi Silvestri Gazzè all’Arena di Verona

Era giusto iniziare così, con la prima canzone composta insieme, che è anche un brano programmatico. Era giusto farlo correndo il rischio di dare l’impressione di assistere a un concerto simile a quelli del tour, perché esattamente con Alzo le mani cominciavano anche quelli. E invece la scaletta si è rivelata molto diversa. Ma soprattutto il primo impatto lo è stato. Quell’idea di festa che c’era a novembre sembrava essere venata di una malinconia che anche la serata suggeriva. Sin dall’inizio la pioggia ha minacciato di scendere sul pubblico. E sin dall’inizio la forza della musica ha creato una specie di bolla protettiva: solo per pochi minuti durante e alla fine del concerto è scesa una leggera pioggerellina.

Non tutto è stato perfetto. Le prime tre o quattro canzoni hanno sofferto di qualche problema di acustica, probabilmente il sound check era stato reso difficoltoso dalla pioggia caduta nell’arco della giornata. Piccola cosa che si è risolta in pochi minuti. Ma questa sensazione di imperfezione è stata la vera forza della serata. L’evento dell’Arena di Verona, sgravato dopo l’annuncio del concerto romano dal peso di essere davvero l’ultima occasione per stare insieme, si è di conseguenza anche liberato di quella malinconia che poteva rendere la serata una di quelle feste dove tutti vanno volentieri ma con un velo di tristezza sul cuore. Il concerto è iniziato con lo stesso brano degli altri ed è finito con lo stesso brano degli altri, Il padrone della festa, ma è stato completamente diverso. Non solo per quello che è successo sul palco nelle tre ore che ci sono state tra una canzone e l’altra. Soprattutto per quello che i tre cantautori sono stati capaci di trasmettere. E anche la scelta di portare sul palco il Gnu Quartet per accompagnare la fase centrale del concerto ha avuto il merito di rompere gli schemi della serata anche nella mente degli spettatori. Una presenza non ingombrante, ma sensibilissima nelle sonorità che hanno saputo regalare alle canzoni.

Il merito più grande il trio l’ha però avuto decidendo di prendere il grande insegnamento di una delle più belle canzoni di Fabi e metterlo in pratica. “Costruire è sapere e potere rinunciare alla perfezione”. E così i tre hanno decostruito la struttura degli show autunnali per dare più imprevedibilità alla serata. La bellissima idea di partire solo in tre per richiamare gli anni Novanta, quando suonavano in piccoli locali, è stata messa da parte e richiamata idealmente solo verso la fine del concerto. Sarebbe stato assurdo ripetere. E il risultato è stato mettere ancora più in evidenza, anche sul palco, le qualità che ciascuno ha messo in questo progetto davvero unico: l’irruenza di Niccolò Fabi, vero animale da palcoscenico, la razionalità di Daniele Silvestri, uno che non ha mai bisogno di urlare per farsi sentire, e l’imprevedibilità, appunto, di quel genio di Max Gazzè.

Il cerchio che si era aperto 25 anni fa è arrivato a compiersi, grazie al viaggio insieme in Africa e grazie al viaggio insieme nei concerti. Il cerchio perfetto di tre artisti amici che hanno saputo con la loro musica regalare grandi emozioni ciascuno al proprio pubblico, ma anche al pubblico degli altri. Rendendo tutti gli spettatori un unico pubblico. Più grande e diverso, ma unico. “Ma il finale è di certo più teatrale, così di ogni storia ricordi solo la sua conclusione”, canta Fabi in un verso di Costruire. Ecco, grazie a Niccolò, Daniele e Max di aver voluto insegnarci anche questo. Perché di un viaggio bisogna ricordare ogni giorno. Loro hanno sempre parlato di percorso e anche quest’ultima serata è stata solo una tappa del viaggio. Non la più importante, semplicemente quella finale. Di uno splendido viaggio.

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