Un concerto che è anche un viaggio. Fabi Silvestri Gazzè mettono in scena la loro storia

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Il trio Fabi Silvestri Gazzè si è esibito a Roma, la città natale dei tre cantautori, in un concerto emozionante che ha ripercorso tutta la storia delle loro carriere. La recensione della serata del 18 novembre 2014. Foto di Roberto Panucci

Palalottomatica, Roma, 18 novembre 2014. Cominciano su un palco grande quattro metri per quattro. È piccolo. Rappresenta il palco degli esordi. Quello dei locali della capitale dove Max Gazzè, Niccolò Fabi e Daniele Silvestri hanno cominciato la loro carriera. Era la Roma della metà degli anni Novanta. Un’alchimia unica portò alla crescita dei tre artisti che hanno scritto tra le canzoni più belle degli ultimi 20 anni e che oggi si ritrovano per un tour insieme. Come vecchi amici. Nella loro città, al Palalottomatica, che loro ricordano ancora come PalaEur, dove ai concerti andavano come spettatori. Gli stessi capelli arruffati, gli stessi pantaloni in pelle. Oggi con qualche ruga in più, ma con uno spessore che li ha portati a creare uno spettacolo densissimo e carico di emozioni.

Un viaggio. Lungo 20 anni e tutto intorno al mondo. Da Roma a Cuba, all’ultimo fatto insieme in Sud Sudan. Questo è quello che è riuscito a creare il trio Fabi Silvestri Gazzè. Classe 1968 i primi due. Classe 1967 il terzo. Due ore e mezza di viaggio nelle loro carriere, tra successi solisti e brani dell’album scritto a sei mani, Il padrone della festa, disco d’oro da qualche settimana. Di fronte, 10mila spettatori riempiono il Palalottomatica. Fabi, Silvestri e Gazzè, d’altronde, giocano in casa. E si sente.

Cominciano con Alzo le mani, pezzo che apre anche il loro album. I tre stanno stretti sul piccolo palco. L’impressione è di stare in un salotto. Un ambiente intimo. Un amico che prende in mano la chitarra, comincia a suonare e gli altri lo seguono. È la volta dei brani solisti: Una buona idea di Niccolò Fabi, Il timido ubriaco di Max Gazzè e A bocca chiusa di Daniele Silvestri – che fino al primo ritornello suscita un applauso quasi accennato tra il pubblico e alla seconda strofa sfocia in un battere di mani liberatorio, quasi uno sfogo.

Poi il palco si apre. Diventa grande come quello Palalottomatica. È il simbolo della loro carriera, della loro crescita artistica. Alle loro spalle viene appeso un telo bianco. Si intravedono le ombre dei musicisti che ora cominciano ad accompagnarli. Inizia la seconda parte del viaggio: dal palco degli esordi a quello dei concerti più maturi. I ritmi si fanno più ampi. Tra Il solito sesso di Max Gazzè ed È non è di Niccolò Fabi si viene trasportati altrove. L’impressione ora è di stare all’aperto, in una spiaggia. Si torna al 1998 con Vento d’estate – progetto a due di Fabi e Gazzè – e si continua fino agli anni Duemila con Il mio nemico, singolo di Daniele Silvestri.

Scopri la scaletta di Fabi Silvestri Gazzè a Roma

I cantanti si danno spazio a vicenda. Suonano insieme, si scambiano le strofe, ma sanno anche lasciare la scena quando serve. Fingono una sfida di boxe quando suonano le note di L’avversario, altro brano estratto dall’album collettivo Il padrone della festa e proseguono con una sfida a due Fabi-Gazzè a colpi di brevissimi estratti dai loro pezzi più famosi.

Arrivano L’amore non esiste e Life is sweet, il brano che dà il titolo anche al docuweb girato nel 2013 durante il viaggio dei tre artisti in Sud Sudan insieme all’Ong Medici con l’Africa Cuamm. È stato nel corso di quella esperienza che gli amici Fabi, Silvestri e Gazzè hanno deciso di realizzare il progetto del quale parlavano da anni: fare un disco e un tour insieme. Racconta Daniele Silvestri: «Nel viaggio sono successe cose tipo uno di noi che chiedeva all’altro: “Ma posso cantare questo pezzo tuo?”».

Dall’Africa il viaggio-concerto torna in Italia, per strada. I suoni si riempiono del ritmo delle percussioni, trio e musicisti formano una banda che percorre le vie di Roma. Suonano pezzi dedicati alla capitale. Il pubblico risponde. Infine le strade. Dominano le percussioni, i ritmi sono quelli di una banda che passa e sveglia la città. Roma, prima di tutte, ma qualsiasi altra. Il ritmo del concerto va in crescendo. Si alza ancora sul finale con i pezzi più famosi e ballabili scritti dai tre. Alla fine ci si ritrova tutti in piedi. L’atmosfera intima dei primi pub, di quel palco quattro metri per quattro, si è estesa fino ad avvolgere tutto il Palalottomatica. È la stessa, ma più grande. Più intensa. Fino alla fine e oltre. Perché l’abbraccio di Roma ai suoi tre cantautori sembrava davvero non voler finire più.

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