Fabri Fibra a Milano, non servono arzigogoli per convincere tutti

Recensione concerto Fabri Fibra Milano 12 novembre 2013

Fabri Fibra è uno dei pochi rapper capaci di parlare a vari tipi di pubblico, e il concerto di Milano lo ha dimostrato. Poche rassicurazioni e molte domande, ecco la recensione. (Foto di Roberto Panucci)

Chi scrive non è un rapper, non è un appassionato di rap, non è un esperto di rap e di solito non ascolta rap. Nulla però vieta di essere curiosi e di provare a capire cosa ci sia di davvero interessante in questo genere che sta appassionando sempre più giovani in Italia. Per farlo ho pensato di iniziare con il live di Fabri Fibra andato in scena all’Alcatraz di Milano. Un vero e proprio evento che ha riempito il locale per un concerto sold-out atteso da tanti appassionati.

Il tutto esaurito ha unito mondi piuttosto differenti: i duri e puri della prima ora (quelli che del rapper di Senigallia hanno amato soprattutto i primi dischi), i nuovi appassionati (per lo più ragazzini vestiti come richiede la moda americana) e signore e signorine con tacchi, miniabiti e borsette griffate (perché ormai un concerto rap è anche un evento cool). Da osservatore esterno se ne potrebbe ricavare un trattato sull’evoluzione sociologica italiana nel terzo millennio. E anche se qui si parla di musica, ad alcune domande (forse banali) bisogna trovare una risposta, perché un live non si costruisce solo sulle note (o rime) di chi è sul palco, ma anche sulla risposta che arriva da chi c’è sotto. I cappellini con la visiera dritta quasi stirata vanno calati in testa con un’angolazione precisa o un po’ come capita? Cosa ci fa una borsa di Louis Vuitton nella calca di un concerto rap? E, soprattutto, quanti sono qui per Fibra e quanti perché è il luogo in cui bisogna essere questa sera a Milano?

Con leggero ritardo (per aspettare che tutti quelli in coda fuori entrino) l’eroe della serata sale sul palco, saluta e inizia a cantare. Nel suo atteggiamento, nel suo tono, nelle sue rime non ci sono le risposte rassicuranti di altri artisti (non solo hip hop). Al contrario, nessuna certezza. Solo domande su cosa significa oggi vivere in Italia. Fibra sembra dare (attenzione: dare, non voler dare) voce al disagio di un Paese che non ha futuro. Senza la finta rabbia di chi scimmiotta i mostri sacri americani, senza le rime facili e banali che coinvolgono a tutti i costi “baby”, “yo” e altro. Piaccia o non piaccia, Fabri Fibra dice qualcosa. Per questo a seguirlo è un pubblico intergenerazionale. E stupisce la presenza di tanti giovani per i quali sarebbe certo più facile cercare rassicurazione nel conformismo di altri rapper, ma in fondo è questo che la musica ha sempre significato. Dal blues nato nei campi di cotone, al rock degli anni Sessanta e Settanta, al punk degli anni Ottanta, tutti i movimenti musicali sono sempre nati per dare voce alla rabbia di una generazione. E in questo caso più d’una. Anche perché il concerto è l’occasione per festeggiare i 15 anni di carriera.

Ormai il rap è di moda: piace e deve piacere. Ma Fibra, forte di una credibilità costruita in tanti anni, non ha bisogno di arzigogoli per convincere. Ecco come si spiega la presenza di un pubblico tanto diverso: in scaletta si va da Dalla A alla Z del primo album Turbe giovanili a Dagli sbagli si impara dell’ultimo disco Guerra e pace. In mezzo anche le sorprese di Nitro (Felice per me) e Clementino (Chimica brother). Insomma, ce n’è per tutti i gusti. E le facce e i commenti soddisfatti di chi usciva a fine concerto non lasciano dubbi su quanto Fabri Fibra sia capace di parlare al suo pubblico. Forse persino alle signorine con borsette griffate. Rimane senza risposta una sola domanda: come si indossano quei cappellini?

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