Florence è ciò che il mondo del rock aspettava da tempo

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di Redazione
Foto di Francesco Prandoni

Torino, Pala Alpitour, 14 aprile 2016. Quello di Florence and The Machine è ormai diventato uno dei nomi più affermati del panorama rock internazionale. Si potrebbe dire che aver sostituito i Foo Fighters come headliner al Glanstonbury – il festival più importante d’Europa e tra i più importanti al mondo – sia stato un bel passo verso lo status attuale. Eppure l’impressione è che il successo della band britannica non abbia nulla a che fare con la fortuna, né tanto meno con dei rischi. Non c’è stato nulla di rischioso nello scegliere che la formazione capitanata da Florence Welch prendesse in mano le redini del festival per eccellenza: con una proposta del genere, non esiste pubblico che possa resistere.

Florence è quello che il mondo del rock aspettava da troppo tempo. Non è un mistero che le quote rosa dello stardom musicale siano sbilanciate verso il pop. Sì, abbiamo Savages, Haim, Rebecca Macintyre dei Marmozets, Jenna McDougall dei Tonight Alive, Hayley Williams dei Paramore. Insomma, donne nel rock ce ne sono, ma Florence è arrivata ad occupare un posto vacante. Nessuno è come lei, nessun altro fa del proprio talento l’unico timone della carriera.

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Lo si capisce subito, appena le luci si spengono a Torino, intorno alle 21.20: parte What The Water Gave Me e The Machine si mette in moto su un palco che non ha bisogno di grosse scenografie o effetti mirabolanti. C’è qualche gioco di luce messo in scena da una parete di paillettes che in altri contesti sarebbe sembrata una cafonata, ma che dietro Florence è puro stile. E poi lei, che sembra stare sul palco come un hoverboard sulla strada. I suoi piedi scalzi non toccano terra, si muove leggera e sinuosa e ogni brano suona perfetto, cantato da quella voce potente e apparentemente infallibile. Da Ship To Wrech a Shake It Out, passando per una versione pulita di Sweet Nothing, spogliata del contributo elettronico del suo autore Calvin Harris, ogni pezzo in scaletta è accolto da un boato di riconoscimento, a cui segue un costante sing-along. In tutto questo Florence balla con un fascino pressoché ineguagliabile. Nessuna coreografia di nessuna popstar può competere con le sue movenze eteree, in un’atmosfera quasi onirica che non fa altro che elevare ancora di più la sua immagine di pura espressione artistica.

Ma non si ferma tutto sul piano della performance – maiuscola – che Florence e la sua corposa band costruiscono brano dopo brano: in mezzo a tutta questa ottima musica c’è passione, c’è il perpetuo tema dell’amore che viene esteso anche negli intermezzi tra una canzone e l’altra. Parla d’amore, diffonde il proprio amore per il pubblico con le parole e con i suoi gesti. Sembra suonarlo, l’amore, con quelle mani che si muovono sempre come se stessero sfiorando le corde di un’arpa. Si rivede in lei quella drammaturgica inquietudine che ha reso ancora più grandi alcuni grandi donne che hanno scritto importanti pagine della storia del rock. Quella di Florence and The Machine è già un nome scritto a caratteri cubitali nel panorama odierno, ma ci sono ancora tante grandi cose da fare e le premesse, dopo l’ennesimo incredibile concerto, continuano ad essere sempre più straordinarie.

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