I Foals fanno ballare Milano, ma la vera sorpresa è il pubblico

Recensione concerto Foals Milano

I Foals hanno sorpreso Milano con un concerto movimentato ed energico accolto da un pubblico entusiasta. La recensione del concerto. (Foto presa dal profilo Facebook della band)

Alcatraz, Milano, 24 ottobre 2013. La prima sorpresa è vedere l’Alcatraz dimezzato, con il palco principale nascosto dalla pesante tenda nera che taglia in due il locale, e tutta la strumentazione allestita sullo stage secondario. In realtà era prevedibile, nonostante in patria la band di Oxford riempia le arene, qui da noi è ancora poco conosciuta se escludiamo i british fan duri a morire. La seconda, gaditissima, sorpresa la offre il gruppo spalla No Ceremony che nell’arco di un paio di canzoni, fatte di batterie elettroniche e armonie di voci effettate, conquista i presenti, e quasi gli fa dimenticare che sono lì per sentire altro.

Ma la sorpresa principale è il pubblico dei Foals che, ancora prima dell’inizio del concerto, non sta più nella pelle e appena inizia lo spettacolo – con l’intro Prelude, ma soprattutto con Miami – inizia a saltare e ad agitarsi oltre ogni mia previsione. Forse dovevo aspettarmelo, le canzoni dei cinque di Oxford sono smaccatamente ritmiche e fanno del groove un elemento portante, ma li ho sempre pensati più come un gruppo d’ascolto. Niente di più lontano dal vero e me ne accorgo già dai primi momenti. Un ragazzo spagnolo (l’impressione è che ci siano molti stranieri, confermata dal chiacchiericcio post-concerto) di fianco a me mi chiede se il pubblico italiano è sempre così calmo, e io non so cosa rispondergli. Un po’ perché è difficile generalizzare, un po’ perché a me non sembra “quiet” proprio per niente e il corso del concerto lo dimostrerà ampiamente, con salti frenetici, cori di po-po-po sulla falsa riga delle linee di chitarra, stage diving spontanei e addirittura una specie di rudimentale wall of death verso la fine. Chi vuole stare più tranquillo viene sbalzato di quattro o cinque file indietro prima che se ne accorga.

Sono così preso ad osservare il pubblico che a malapena mi accorgo che la band sul palco ha già suonato alcune delle canzoni più belle dei primi due album (Blue Blood, Olympic Airways) e My Number dall’ultimo, e quando alzo lo sguardo vedo il frontman Yannis Philippakis sorretto dalla piccola folla sulle note di Providence. Sebbene nessuno dei musicisti sia un animale da palcoscenico la loro presenza scenica è innegabile, grazie anche all’illuminazione – che tra strobo e piccoli fasci di luce ricorda più una discoteca che un concerto – e soprattutto alla forza dei suoni. Sono quelli che fanno la differenza, sia quando è la ritmica a farla da padrona, con le note alte della chitarra ostinate su brevi melodie di due o tre note, sia quando, specie in coda ai pezzi, si lasciano andare alle distorsioni e a feroci schitarrate, come nel caso di Milk & Black Spiders. Si cambia atmosfera con Spanish Sahara, un brano talmente bello che ti prende allo stomaco con il suo lento crescendo e – scusate se sono pedante – qui battere le mani a tempo è un delitto.

C’è tutto il tempo di farlo dopo, quando il chitarrista Jimmy Smith va al piano per Late Night, o sulla ritmica forsennata di Electric Bloom che sfocia in un finale punk cattivissimo con tanto di chitarra che vola sul palco. Anche il bis continua in questa direzione, con Inhaler dall’ultimo album Holy Fire e Two Step, Twice che permette al pubblico di sfogare tutte le energie rimaste e tornare a casa sereni, felicemente sorpresi da una band che dal vivo si spende oltre l’immaginabile.

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