Il concerto dei Foo Fighters a Cesena è stato una Rivoluzione

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di Luca Garrò
Foto di Francesco Prandoni

Nuovo Teatro Carisport, Cesena, 3 novembre 2015. Uscire dal concerto più assurdo che i Foo Fighters abbiano tenuto in quindici anni di carriera, dirigersi verso il teatro dove si terrà l’after show e ritrovarsi a cantare It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock ‘n’ Roll) insieme a Dave Grohl. È qualcosa difficile da raccontare senza troppa enfasi o mantenendo il distacco necessario a tenere separato il giornalista dal fan. Non me ne voglia nessuno, ma la data d’apertura del tour europeo della band americana è stata tutto tranne che qualcosa da raccontare con occhio clinico (o critico) e distacco professionale. Un occhio, per altro, spesso bagnato da fiumi di lacrime. D’altra parte, a mia parziale discolpa, lo show è stato concepito come puro omaggio a quei visionari che hanno permesso che tutto ciò potesse accadere in una città che mai (mai) avrebbe potuto godere di uno spettacolo simile.

Qualcuno obietterà che al Vidia, storico locale cesenate dove ha suonato chiunque (ma davvero chiunque, ndr), una sera a metà anni Novanta pochi fortunati furono in grado di assistere a uno show degli stessi Foos, ma va da sé che i tempi e il grado di popolarità odierna della band in questione fossero completamente differenti. Venendo alla serata, il colpo d’occhio all’ingresso del Carisport è da pelle d’oca: tremila persone stipate in ogni dove, tanto da coprire persino la classica visuale degli scalini necessari al raggiungimento del piano superiore. Il trono che sovrasta il palco fuga gli ultimi dubbi circa la salute di Grohl, confermandoci che il Broken Leg Tour, purtroppo o per fortuna, è ancora in piedi. Quello che sconvolge, invece, è vedere uno dei gruppi più importanti degli ultimi 20 anni, forse la più spaventosa macchina da live oggi esistente, suonare su un palco che sembra quello di una festa di paese: pedana di legno, una decina di faretti e la band e i musicisti a suonare in un fazzoletto di qualche metro: cose che non accadranno mai più.

L’ex Nirvana è visibilmente fuori di sé: lo show inizia inevitabilmente con Learn To Fly, il brano protagonista del geniale flash mob diventato virale pochi mesi fa e prosegue all’insegna di tutti i brani più tirati del repertorio, espediente necessario a spezzare subito le gambe dei presenti. È incredibile come una location come questa possa incantare allo stesso modo dello Stadio di Wembley: se in quel caso l’emozione è data da fattori quali la magia del luogo, l’abbraccio della folla e il colpo d’occhio mozzafiato, qui ci si emoziona per l’esatto contrario, perché pensare che al giorno d’oggi possa accadere qualcosa del genere ha del sovrannaturale. E a sottolinearlo è lo stesso Dave: «E’ una Rivoluzione: tutto il mondo vi ha visto, milioni e milioni di persone».

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Quello che i Foo Fighters sono riusciti a trasmettere questa sera non ha nulla a che vedere con la musica suonata, col music business o con un tour europeo che avrebbe comunque attraversato il nostro Paese, ma solo con la follia di una superstar mondiale che si mette a piangere nel ringraziare tutti per un omaggio mai avvenuto in un’altra zona del mondo, né per un’altra band esistente. Abituati a pensare a Grohl come a un cazzone, che ti prende e si prende costantemente per il culo, e vederlo piangere mentre racconta il momento nel quale tutti i suoi conoscenti gli inviavano sms per dirgli di vedere quel video, beh, ha messo davvero i brividi. Poi, per smorzare la tensione, per un attimo, riaffiora il guascone di sempre: «Nessuno ha ricevuto un regalo del genere: provateci con gli U2, con i Soundgarden, con i Rage Against The Machine, con chi volete. E se vi diranno di no allora sapete cosa dovete dirgli? Vaffanculo, stronzi!». Gli epiteti in italiano scatenano inevitabilmente il lato più burino di chiunque dei presenti, facendo definitivamente decollare il concerto.

A metà show, l’inevitabile ringraziamento pubblico ai ragazzi di Rockin’1000, che hanno reso possibile tutto ciò, invitati sul palco per un bagno di folla più che meritato. Qualche anno fa, proprio sulle pagine di Onstage, scrivemmo che, pur suonando generi assolutamente non paragonabili, i Foo Fighters erano riusciti nello scopo di colmare un po’ quel vuoto lasciato negli stadi mezzo mondo dai Queen. Ieri sera la foga, il rapporto viscerale con la gente, uniti alle esecuzioni di Another One Bites The Dust, Radio GaGa e Under Pressure, conclusa con Taylor Hawkins intento in un’imitazione di Freddie Mercury, hanno dimostrato che forse ci avevamo visto lungo.

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