Lucca si inchina a De Gregori e Bob Dylan: una serata da incorniciare

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Piazza Napoleone, Lucca, 1 luglio 2015. Un’inaugurazione migliore di questa non ci poteva essere per il Lucca Summer Festival, che ha deciso di festeggiare i suoi 18 anni con un doppio concerto di grande richiamo e con protagonista quello che fu il suo primo ospite assoluto, nel lontano 1998. Bob Dylan sale sul palco intorno alle 21.30 davanti a una Piazza Napoleone piena e già felice, dopo che Francesco De Gregori l’aveva “riscaldata” con un set di circa un’ora. È a quel punto che si capisce qual è il reale significato della serata: una magnifica suggestione.

È vero che De Gregori è il più dylaniano dei cantautori italiani (se così si può dire), ma è anche quasi abusato il paragone tra i due. Al punto che molti sono convinti che ogni passo artistico del romano sia dettato da quanto fatto in precedenza dall’americano. L’atteggiamento sul palco, schivo e ritroso, apparterrebbe a entrambi, e così una certa modalità di scrittura e di composizione. Ma questa serata ha dimostrato ancora una volta quanto questi discorsi meritino di essere trattati per quelli che sono: chiacchiere in attesa di un concerto d’estate.

Francesco De Gregori è, naturalmente, debitore di Bob Dylan. Ma non più di quanto lo sia quasi ogni altro artista internazionale che abbia continuato a fare musica dopo il 1965. Non iniziato, continuato. Perché la grandezza del Menestrello è tale da aver influenzato chiunque abbia scritto musica dopo Highway 61 Revisited (che quest’anno, per inciso, compie la bellezza di 50 anni), anche se aveva cominciato prima. Dai Beatles a Johnny Cash, da Bruce Springsteen a Sting, da Fabrizio De André a Francesco De Gregori. E allora ecco che l’apertura affidata al cantautore romano non va letta in altro modo se non quello che è: l’omaggio di uno dei più grandi autori italiani a uno dei più grandi autori internazionali.

Ma è anche omaggio al contrario, di un pubblico affettuoso e affezionato, che è sembrato quasi più caldo per il primo artista che non per il secondo. Ed è questa la dimostrazione di quanto avevamo già notato pochi mesi fa, al concerto di De Gregori a Milano, l’artista è cambiato e con lui (e un po’ anche grazie a lui) siamo cambiati noi. Magari è diventata un’abitudine che mi ero perso, ma mai avevo visto De Gregori presentarsi sul palco in maglietta e pantaloni sportivi, con sotto un paio di scarpe di tela, e muoversi rilassato, giochicchiando con l’armonica e lanciandola in aria.

Non rinuncia al gusto di presentare qualche chicca, come Il canto delle sirene o Il panorama di Betlemme, ma il cantautore romano non fa mancare agli spettatori (avvistati anche Zucchero e Alan Friedman) classici come La leva calcistica, Niente da capire, Buonanotte fiorellino, La donna cannone e Rimmel, inframezzate da una splendida Sotto le stelle del Messico a trapanàr. Saluta. Lascia il pubblico «in buone mani» e scende dal palco, immaginiamo felice, a metà di una serata che anche lui avrà vissuto con un pizzico di emozione in più (nel pubblico era presente anche il fratello Luigi Grechi).

Pausa di mezz’ora e, schivo come sempre, arriva Bob Dylan. Un poser d’altri tempi che sul palco non è il più grande, ma riesce comunque a esserlo. Non ha la presa sul pubblico di Springsteen, non ha la voce di Sting, ma rimane comunque il maestro di tutti. E la sua qualità come musicista compensa le ben note difficoltà vocali. La scaletta è il consueto mix di grandi successi e brani pescati nella sua sterminata produzione, fino alle canzoni dell’ultimo album tributo a Frank Sinatra. Si parte con Things Have Changed, pezzo vincitore di un Oscar e un Golden Globe come miglior canzone (del film Wonder Boys), si passa subito con la perla She Belongs to Me e poi si prosegue con continui salti temporali nelle varie decadi di carriera: scorrono così Workingman Blues #2, Duquesne Whistle e Pay in Blood, per arrivare alla fine del primo set con due capolavori come Tangled Up In Blue e Full Moon and Empty Arms (unica cover di Sinatra della serata).

La seconda parte di concerto è però nettamente superiore, sia come scaletta sia come intensità. Con il pubblico più partecipe e un Dylan che, pur non cambiando di una virgola il suo modo di stare sul palco (un continuo muoversi tra microfono principale e pianoforte), sembra riuscire a trasmettere più passione (quanto aiuta il blues!). Sarà che Simple Twist of Fate (secondo brano da quel capolavoro che è Blood On The Tracks) vale da sola l’intera serata. Sarà che Modern Times è un grande album (che Dylan decide di rispolverare parecchio, insieme a Tempest). Sarà che una chiusura con Blowin’ In The Wind e Love Sick lascia tutti completamente soddisfatti. Sarà che Dylan è talmente grande da significare qualcosa di diverso per ciascuno dei presenti. La verità è che un clima tanto piacevole, gioioso e sereno a un concerto, sopra e sotto al palco, non lo si vedeva da parecchio. Una serata da incorniciare tra i grandi eventi musicali di questo 2015.

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