De Gregori e Ligabue come nel romanzo Il Principe e il Povero

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Grande concerto per Francesco De Gregori a Milano. Sul palco anche la sorpresa di un (lungo) duetto con Ligabue. La recensione della serata del 23 marzo 2015. Foto di Francesco Prandoni

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 23 marzo 2015. Lo dico subito: il titolo è una provocazione. Non nei confronti di uno dei due artisti sul palco, ma dei pochi (comunque troppi) cretini che c’erano al Forum ieri sera. Ma andiamo con ordine. Quando Francesco De Gregori sale sul palco si capisce subito che sarà un concerto importante: una telecamera Jimmy inquadra palco e pubblico e basta questo per intuire che le probabilità di un futuro Dvd tratto (almeno in parte) da questa data sono parecchie. Il suono è pulito, con la voce del Principe che spicca sugli strumenti musicali, insolitamente distinguibili in un Forum che per una volta regala un’acustica se non altro dignitosa.

È superfluo ricordare che De Gregori è nella triade dei più grandi cantautori italiani (gli altri due sono Fabrizio De Andrè e Lucio Dalla). È superfluo ricordarlo, ma quando a fine serata si ripercorre una scaletta di quasi 30 canzoni, fatta di tanti capolavori e numerose piccole perle ma dalla quale sono stati esclusi almeno altrettanti brani indimenticabili, non si può non pensare alla grandezza di un artista capace di arrivare con incredibile freschezza ai 45 anni di carriera.

Il buon De Gregori oggi ha “solo” 64 anni e sembra divertirsi molto di più di una ventina di anni fa, quando ancora in tanti lo tacciavano di snobismo e distacco durante i suoi concerti. Né l’uno né l’altro: semplicemente esiste un carattere, forse in parte schivo e chiuso, che se da una parte non lo ha reso agli occhi di molti un mostro di simpatia, d’altra parte lo ha sempre preservato come persona schietta e genuina. E tutto questo sul palco pesa. Perché in pochi definirebbero il Principe un grande performer, ma l’empatia tra lui e il suo pubblico si crea non sulla fisicità dell’interpretazione, ma sulle parole e sulla musica che le supporta.

A tal proposito molto si è detto dei cambi di arrangiamento che De Gregori apporta ai suoi pezzi durante i concerti, arrivando a stravolgerli. Proprio questa è una delle chiavi della sua giovinezza artistica: un nuovo arrangiamento che sorprende e spiazza gli spettatori, con attacchi spesso molto coinvolgenti che fanno esplodere poi di gioia l’ascoltatore quando intuisce quale sia la canzone “velata” dietro a quelle note. Senza dimenticare che le linee melodiche non variano quasi mai rispetto all’originale al punto da non essere riconoscibili. De Gregori gioca con le pause e con il suo pubblico che lo segue e lo ama sia che canti La leva calcistica sia che interpreti un brano magari meno noto come Mayday. Sono numerose le perle (magari poco conosciute al grande pubblico) inserite in scaletta: forse su tutte a mio gusto spicca Sotto le stelle del Messico a trapanàr, ma vai a capire quanto fossero realmente noti anche ai tanti adolescenti presenti capolavori come Un guanto o Atlantide.

E qui veniamo a parlare del Liga. Qualche addetto ai lavori almeno un pochino se lo aspettava, ma la presenza di un big come Ligabue sul palco di un collega non è mai scontata. Luciano arriva esattamente a metà concerto e, mentre tutti si aspettavano una veloce comparsata per duettare su Alice (come nell’album VivaVoce), il rocker dimostra una volta di più la sua proverbiale generosità e si ferma per ben quattro pezzi, regalando al collega e ai tanti presenti uno di quei momenti di magia che capitano sempre più di rado a un concerto.

Luciano, accolto da un’ovazione, imbraccia la chitarra e inizia a intonare Non dovete badare al cantante, uno dei suoi brani migliori, tratto da quel Buon compleanno Elvis che ancora oggi resta la pietra miliare della sua discografia. De Gregori lo accompagna e duetta con lui, per poi passare ad Atlantide, ad Alice e chiudere con Il muro del suono dello stesso Ligabue. Su Alice accade purtroppo l’impensabile: qualche cretino (come definirlo altrimenti?) accenna dei fischi sull’interpretazione del rocker. Poca roba, presto coperta dagli applausi di sostegno di tutto il Forum.

Se ne potrebbe anche non parlare e se lo si fa non è per mettere in cattiva luce Ligabue. Al contrario: c’è ancora chi pensa che un artista in grado di riempire stadi e vendere milioni di dischi abbia bisogno di una investitura da parte di uno dei padri nobili del cantautorato italiano. Quei pochi cretini penseranno forse che Luciano non sia degno di condividere il palco di Francesco, ma appunto cretini sono. Come nella storia del Principe e del Povero, il romanzo di Mark Twain, dove in realtà in assenza di pregiudizi nessuno distingue i due protagonisti. Allo stesso modo, ancora oggi evidentemente su Ligabue rimane una sorta di pregiudizio e puzza sotto al naso da parte (per fortuna) di pochi stolti. Se una cosa invece si può dire è che le due canzoni di Ligabue suonate dalla band di De Gregori sembrano ancora più riuscite che suonate da Poggipollini e compagni. Ma questo, sì, è parere personale. Luciano, con la solita generosità e grande rispetto, non ruba la scena al padrone di casa, ma si gode questo momento esattamente come i tantissimi fan contenti del lungo duetto.

Il concerto prosegue poi in una piacevolmente interminabile sequela di classici, da Niente da capire a Titanic, da Buonanotte Fiorellino a Vai in Africa, Celestino. I bis sono La donna cannone e Rimmel, seguite da un’intensa Can’t Help Falling In Love (seconda cover della serata dopo Il futuro di Leonard Cohen). Ma De Gregori esce per un’ultima volta. «Non potevamo lasciarvi con questa canzone», scherza. E infatti ci lascia a suo modo, con due brani certamente meno noti della sua sterminata carriera. Sono Cose, da Mira Mare 19.4.89, e Volavola da Per brevità chiamato artista. Perfetta chiusura di una grande serata.

Guarda le foto del concerto di Francesco De Gregori a Milano

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