Cambiano i fattori, ma non il risultato: anche in versione elettronica Battiato è sempre il Maestro

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Franco Battiato torna nella sua Milano con il Joe Patti’s Experimental Group. Sonorità elettroniche per un concerto che ha svelato un artista che pochi conoscevano. Ma che poi ha ceduto ai grandi classici. La recensione della serata del 3 novembre 2014.

Barclays Teatro Nazionale, Milano, 3 novembre 2014. «Non avete idea di quello che vi capiterà», annuncia sorridente Franco Battiato a inizio concerto. Minaccia vana. La sperimentazione elettronica non ha turbato minimamente il pubblico del Teatro Nazionale. Gli applausi non sono mancati mai. E mai è venuta meno, in sala, una grande impressione di divertimento (vale anche per i musicisti). Da notare che, almeno dal punto di vista dell’età, il pubblico di Battiato è tra i più vari. Ma risulta compattissimo nell’adorazione del Maestro. Anche perché sì, è una platea attenta a ogni fase della carriera, ma sa che, alla fine, l’ascetico cantautore cederà. E tornerà a fare contenti tutti attingendo ai suoi classici. Si può solo volerne di più. Difatti, dal Teatro Nazionale non l’avrebbero mica fatto andare via Battiato. Lui ha pure provato a buttar lì una battuta carceraria: non è valso a niente.

Ma l’inizio doveva essere programmaticamente difficile, nonostante il Battiato “strano” di questo tour, intitolato al Joe Patti’s Experimental Group, non venga fuori dal nulla, anzi. In pratica è annidato dietro le melodie di quasi ogni album, da quelli sperimentali degli anni Settanta ai lavori pop degli anni Zero. L’ultimo album ne ha raccolto le tracce, rielaborandole. Dal vivo, la logica è quella di ricomporre i vari pezzi in nuovi blocchi, sempre mischiando lame di suono (e di luce), tappeti di tastiere e ritmiche più o meno martellanti. In mezzo rispuntano diverse conoscenze amate. Due esempi su tutti: le muraglie sonore di Shackleton (da Gommalacca, 1998), con l’insistente domanda in tedesco «Sage mir warum» («dimmi perché»), o la bellissima No U Turn, anno 1974 («per conoscere me e le mie verità, ho combattuto fantasmi di angosce con perdite di io…»). In mezzo, tra tanti frammenti, è passato anche un Agnus Dei, altra vecchia fascinazione del Nostro (ricordate Scalo a Grado?).

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La seconda parte della serata è dedicata al Battiato più conosciuto, spesso riletto in chiave minimale: sul palco, il Franco nazionale è supportato solo dalle programmazioni elettroniche di Pinaxa (Pino Pischetola) e dal pianista Carlo Guaitoli. L’inizio è subito intensissimo, con L’Ombra della luce. Seguono Il mantello e la spiga (aggressiva, ma mai quanto la versione elettrica), Secondo Imbrunire (introdotta da un aneddoto «alla salute di Milva», ma un po’ tirata via), un’azzeccata Il re del mondo e Stati di gioia (2007), composta dopo un viaggio in India durante il quale Battiato ha esperito «tre secondi di gioia altissima. Uno. Due. Tre. E ti saluto!». A chiudere, con le più recenti L’incantesimo e Niente è come sembra, uno splendido Oceano di silenzio, il medley Fornicazione-No Time No Space, per l’entusiasmo dei più accaniti. Su E ti vengo a cercare la voce dà segno di qualche fatica, ma l’affetto per un pezzo così spegne ogni possibile critica.

Acclamato, il Maestro torna in scena: «Proviamo questa… vediamo come va» e via con un capolavoro come Lode all’Inviolato. Per il resto bastano i titoli: Prospettiva Nevskj, La cura (un trionfo), Gli Uccelli (richiesta a gran voce, «ma non siamo un juke box!», quindi versione ridotta), Te lo leggo negli occhi (emozionante al massimo), La stagione dell’amore, Voglio vederti danzare (ruffianissima con un arrangiamento d’una irruenza quasi “truzza”). E il potente finale di Proprietà proibita. Tutto tra schiamazzi, richieste, battimani crescenti. «Se non la smettete chiamo la polizia!», scherza Battiato. Nel caso, sul verbale sarebbe bastato trascrivere la scaletta.

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