Future Islands: onestà, passione e furia nel bellissimo concerto di Milano

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Onestà, passione e furia. I Future Islands hanno portato il loro Synthpop in Italia esaltando il pubblico di Milano. Ecco la recensione del concerto.

Tunnel Club, Milano, 16 ottobre 2014. Billy Corgan, cantante degli Smashing Pumpkins, una volta ha detto di Nick Cave: «Dio lo benedica per avermi mostrato cosa sia l’onestà. L’ho visto suonare davanti a diecimila sedie vuote con tutta la passione e la furia che un uomo può mettere in un pugno di canzoni». Onestà, passione, furia. La citazione è perfetta per inquadrare anche Samuel T. Herring, frontman dei Future Islands.

Il palco del Tunnel Club di Milano, dove la band americana si è esibita il 16 ottobre, è troppo piccolo per contenere l’esuberanza del cantante di Baltimora. Un breve sguardo alla folla accalcata nel locale e quasi si emoziona nel rendersi conto che nello stesso momento in città sta suonando un mostro sacro come Morrissey eppure centinaia di persone sono lì per sentire lui. Scortato da Gerrit Welmers alle tastiere e William Cashion al basso e chitarre, Herring si impossessa del microfono e l’epicentro di tutto diventa lui. Maglietta nera d’ordinanza, accessorio imprescindibile sfoggiato (e mai più tolto) dalla memorabile esibizione live di marzo al Late Show di David Letterman che l’ha fatto diventare un’icona in 4 minuti e ha lanciato la band del Maryland nell’Olimpo dei gruppi cult.

Le performance del cantante dei Future Islands sono talmente uniche che qualcuno si è spinto a fare un tutorial con le mosse dei suoi balletti. Ma non è solo questo. La band ha all’attivo quattro album che hanno riscritto il concetto di Synthpop, pescando a piene mani dalla new wave anni ’80, della quale sono figli e rielaboratori moderni. L’ultimo disco, Singles, è semplicemente uno dei tre album migliori usciti quest’anno. Uno di quei gioiellini che diventano classici in pochi mesi. Merito della produzione di Chris Coady, colui che ha dato un suono definito a gruppi come Yeah Yeah Yeahs, TV on the Radio, Grizzly Bear, Beach House, Blonde Redhead.

Di quest’ultima fatica in studio è zeppa la scaletta live: dalla tenebrosa Back in the Tall Grass alla spensierata Sun in the Morning, dalla sognante Light House all’amore triste raccontato in Seasons (Waiting on You). C’è spazio anche per diverse perle dei dischi precedenti: Balance, Before the Bridge, The Great Fire. Herring, scatenato, istrionico, interpreta ogni canzone con movenze da mimo o da consumato attore teatrale. Caricaturale, sgraziato, completamente fuori moda. E per questo ipnotico e indimenticabile. Suda più di Nibali in una tappa alpina al Tour de France, si batte il pugno sul petto, come pretendesse di più da quella sua voce dalle mille sfaccettature. Nella intima Song for Our Grandfathers indica il cielo e sembra poter scoppiare a piangere da un momento all’altro.

C’è ancora tempo per un bis di tre canzoni che esalta il pubblico. La meravigliosa Fall from Grace tira fuori gli ultimi ruggiti, il canto sfiora l’urlo, il pop si camuffa in metal. In uno dei pezzi conclusivi, due ragazzi del pubblico riescono a salire sul palco. Abbracciano Herring e si mettono a ballare. Lui continua a cantare e non fa nulla, stranito e felice di quella piega non prevista, poi alla fine li abbraccia a sua volta. In quel gesto c’è tutta l’onestà dei Future Islands.

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