Milano salta compatta con i Gogol Bordello

recensione concerto Gogol Bordello Milano 27 novembre 2013

I Gogol Bordello, guidati dal carismatico Eugene Hütz, hanno fatto scatenare tutta Milano con il loro misto di punk e melodie balcaniche. La recensione del concerto. (Foto di Francesco Prandoni)

Alcatraz, Milano, 27 novembre 2013. Uscire all’aria aperta, dopo la fine del concerto dei Gogol Bordello è un piccolo trauma. Tra le magliette “This Mustaches Kills Fascists” (riprendendo la celebre scritta sulla chitarra di Woody Guthrie) ci guardiamo stravolti e affannati. Il problema non è solo il freddo di per sè, ma il suo ricordarci che no, non siamo ad un festival estivo come ci sembrava fino a pochi minuti prima. E mentre la temperatura, assestata introno a 0°, distribuisce raffreddori stagionali e stronca l’entusiasmo dei temerari usciti in maglietta o a torso nudo, sudati fradici dopo le due ore abbondanti di pogo, ci chiediamo come sia possibile che fino a pochi minuti prima sembrasse di essere al Sziget o giù di lì.

Probabilmente non sono il solo ad essere spaesato. Il modo giusto di assistere al concerto è saltando dall’inizio alla fine, ed è proprio quello che fa l’Alcatraz, compatto. Nella parte immediatamente sotto palco si radunano i più esagitati, ed è lì che cercano di convergere costantemente tutti quelli troppo entusiasti per rimanere al loro posto. Inutile dirlo, sono loro a divertirsi di più. D’altro canto chi non è preparato a questa irruenza si affretta già dalla prima canzone We Rise Again a fare marcia indietro e a raggiungere le file posteriori, con la faccia di chi si è ritrovato per sbaglio a Pamplona il giorno di San Firmino e dei tori non ne sapeva niente. Non che nelle retrovie si stia fermi, chiaro. Una rappresentanza di tutta l’Italia balla il suo amore per Eugene Hütz, che a sua volta ricambia (come ci ha raccontato in quest’intervista).

Sul palco la band è come la immagini, ma di più. Gli otto elementi si agitano indiavolati, nessuno sta fermo in un punto per più di dieci secondi. Forse solo Tommy T e Oliver Charles, che si occupano di basso e batteria, mentre tutti gli altri, guidati da Elizabeth Sun e Pedro Erazo, si danno a folli danze. Tutta la prima parte è una gara di resistenza, in cui la band si lancia in tutti i suoi brani più energici, e il pubblico deve dimostrare di non lasciarsi intimidire. Musicalmente parlando, prendete Sandinista! dei Clash a velocità doppia, fategli un paio di iniezioni di adrenalina, decoratelo con violino e melodie gipsy/balcaniche e agitate il tutto un bel po’. Cucinate a fuoco vivo tra la polvere alzata ad un concerto di Manu Chao e il gioco è fatto. Ma non sarebbe sufficiente senza il carisma trascinante di Eugene Hütz, che sembra nato per stare lì, con un microfono davanti e una chitarra a tracolla dietro la schiena (clicca qui per vedere le foto). Non stupisce la sua bravura come attore, un elemento del genere è su un palco anche quando cammina per strada. Dà l’impressione che suonerebbe con la stessa identica energia in uno stadio come ad un falò sulla spiaggia; appare ancora più chiaro quando in qualche – raro – momento la band si riposa, lasciando lo show nelle sue mani e lui, con piglio da folk singer, si rivolge alla platea chitarra alla mano, come nella semi-ballata Alcohol. Ma è questione di pochi minuti e si torna tutti a scatenarsi nel vortice di tarantelle della Malandrino di turno.

Un concerto per gente allenata insomma. Se avete voglia di qualcosa di tranquillo, di un  po’ di musica appoggiati alla parete bevendo lentamente un drink, se avete voglia di un ascolto rilassante e magari anche di sedervi un po’ in disparte, be’ allora fate un favore a tutti e statevene a casa o cercate qualche altro locale. Al concerto dei Gogol Bordello ci si va per sudare più che ad una lezione di Zumba sotto doping, se non siete preparati lasciate perdere.

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