Green Day a Torino, concerto perfetto per un ritorno in grande stile

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di Umberto Scaramozzino
Foto di Mathias Marchioni

10 gennaio 2017, Pala Alpitour, Torino. Sono due le cose a cominciare col botto in questo inizio di anno: il nuovo tour europeo dei Green Day e la nuova annata di musica dal vivo in Italia. Torino è ancora una volta uno straordinario punto di partenza, caratterizzato dalla fortuna di avere un Billie Joe Armstrong all’apice del proprio entusiasmo. Siamo nel Revolution Radio Tour, il ritorno in grande stile di una delle grandi rock band planetarie, questa volta in supporto ad un disco che ha saputo mettere d’accordo un po’ tutti.

I Green Day di oggi sono ormai lontani dal loro retaggio punk, tant’è vero che fuori dal Pala Alpitour si notano diversi cartelli con la spassosa direttiva “non pogare”. Saranno appagati i non più giovanissimi (che, a dirla tutta, sono una rilevante fetta di pubblico) e i giovanissimi che intendono godersi il concerto senza doversi fare da parte per paura di dover rinunciare a qualche costola. Ma davvero è possibile chiedere di non pogare ad un concerto di una band che ha pubblicato quella discografia negli anni Novanta? Il cervello di molti nostalgici deve essere esploso come la copertina di Dookie.

Fatto sta che da American Idiot i Green Day sono diventati la band per tutti e questo concerto ne è l’ennesima prova inconfutabile. Un pubblico dallo straordinario assortimento anagrafico accoglie con grande calore l’arrivo sul palco dei tre californiani, insieme allo storico sideman chitarrista Jason White, da qualche anno ormai ufficialmente il quarto membro della band. Oltre al tarantolato Billie Joe, incontenibile e infaticabile, ad apparire più carichi che mai ci sono anche Tré Cool e Mike Dirnt, poco avvezzi a velleità quali assoli o siparietti personali, ma perfetti nello spalleggiare il proprio frontman.

Ad aprire la serata Know Your Enemy, primo e unico estratto da 21st Century Breakdown, che tra fiamme e guizzi pirotecnici imposta il mood della serata. Siamo di fronte ad uno dei main act del rock moderno e affermandolo non si fa altro che scoprire l’acqua calda. La scaletta è dominata da American Idiot, da cui viene esclusa Wake Me Up When September Ends, ma la cui conta finale arriva a sette pezzi. Dietro di lui c’è il nuovo Revolution Radio, disco che lo scorso anno si è assestato tra i più graditi ritorni e ha regalato alcuni singoli memorabili. Primo fra tutti Bang Bang, l’apripista dinamitardo che dal vivo conferma tutta la propria potenza, per poi passare per la title-track che non sfigura tra i grandi classici del repertorio. Quattro brani a testa per Dookie e Nimrod, durante i quali buona parte del parterre manda al diavolo il divieto fuori dalla venue e poga come se non ci fosse un domani.

Degna di note la sezione della setlist in cui si susseguono When I Come Around, Basket Case e She, ed è subito viaggio nel tempo. La cosa più incredibile di tutto il concerto è però la risposta del pubblico a Still Breathing, il pezzo forse più radiofonico di tutto Revolution Radio. Ogni voce del Pala Alpitour sembra in grado di unirsi al coro e cantare ogni singola parola del brano come se si trattasse di un evergreen in attività da chissà quanti anni. Invece il singolone dei Green Day è fresco, freschissimo, ed è un formidabile indicatore dell’efficacia del nuovo lavoro della formazione di Berkeley.

Dopo un paio d’ore di show serratissimo, in cui l’unica “pausa” è un lungo medley che snocciola cover di Beatles e Rolling Stones come Shout, (I Can’t Get No) Satisfaction o Hey Jude, c’è ancora tempo per un paio di encore. American Idiot e Jesus Of Suburbia compongono il primo dei bis, mentre il secondo si rivela essere interamente acustico: la bellissima nuova ballata Ordinary World e la storica Good Riddance, che chiude con coriandoli e singalong un concerto perfetto in ogni sua componente. Per fortuna il futuro prossimo è costellato di altre date dei Green Day in Italia e di divieti da non rispettare.

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