Grizzly Bear a Milano, vocazione psichedelica e cuore folk

recensione concerto grizzly bear milano 28 maggio 2013

Scenografie semplici ma curate, begli arrangiamenti e soprattutto ottime canzoni. La recensione del concerto dei Grizzly Bear a Milano.

recensione concerto grizzly bear milano 28 maggio 2013

Alcatraz, Milano, 28 maggio 2013. C’erano meno barbe di quanto mi aspettassi al concerto dei Grizzly Bear. Io immaginavo un proliferare di camice a quadri, occhiali dalla montatura spessa e barboni alla Bon Iver, e invece erano nella media di un qualsiasi concerto indie. Lo stesso discorso vale per la musica. Credevo di andare ad un concerto dove la ricerca sonora e gli arrangiamenti la facessero da padrone, un aspetto comunque in primo piano negli album del quartetto di Brooklyn, e invece quello che è emerso sono state in particolar modo le canzoni. Perché la band ha sicuramente un’ attitudine indie ma dal vivo risaltano soprattutto la grande capacità di scrittura. Appena inizia il concerto, dopo poche parole di presentazione si percepisce il cambio di atmosfera, e veniamo catapultati nelle ritmiche ostinate di Speak In Rounds e Adelma.

Oltre alla scaletta (che potete leggere qui) anche la scenografia è fondamentale per creare il giusto mood: dietro alla band ci sono delle lanterne bianche che si illuminano a intermittenza e ricordano delle meduse, mentre giochi di luce minuziosi e sincronizzati alla musica illuminano la band. L’aspetto visivo è molto curato, ma anche in questo caso è completamente asservito alle canzoni. Come anche le divagazioni psichedeliche, comunque una cifra dominante nel sound degli Orsi Grigi, ma non danno mai l’idea di essere cercate o volute, ma anzi di essere la naturale prosecuzione della loro forma canzone. Il concerto scorre bene, e se le ritmiche sempre spezzate di batteria alla lunga possono stancare, fortunatamente ogni tanto i quattro si ricordano di spingere un po’ sull’acceleratore come in On A Neck, On A Spit. I membri della band non perdono occasione per ringraziare il pubblico (seriamente, Ed Droste lo fa quasi ad ogni pezzo), e dimostrano una notevole versatilità nel destreggiasi tra chitarre e tastiere – in Sun In Your Eyes salta pure fuori un sax.

Ma la vera magia la fanno le armonie vocali, di chiara derivazione Beach Boys, che ricordano molto il lavoro dei più giovani cuginetti inglesi Fleet Foxes. È grazie a queste che il suono riesce sempre ad essere minuziosamente stratificato senza mai appesantirsi. Il pubblico apprezza e applaude, in particolar modo quando riconosce il riff di tastiera di Two Weeks, archetipo della canzone di successo indie buona anche per pubblicità e telefilm. La conclusione del live, sostenuta solo da leggerissime percussioni, chitarra acustica e le voci dei 4, non fa altro che rimarcare l’anima folk dei Grizzly Bear, chiudendo nella giusta intimità un live set raffinato.

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