Hip Hop B-Day Party 2014, per una sera tutti gli Mc italiani mettono da parte le inimicizie

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Sesto appuntamento per l’Hip Hop Tv Birthday Party, che al Mediolanum Forum di Assago (Milano) ha deciso di spegnere le candeline dando vita ancora una volta a una maratona con i migliori Mc della scena italiana. Ecco la recensione della serata del 23 settembre 2014. Foto di Francesco Prandoni.

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 23 settembre 2014. Annuale appuntamento per festeggiare il compleanno di Hip Hop TV con una maxi torta dalla quale escono i maggiori rapper del panorama italiano. La maratona degli MC multi-dischi di platino del panorama italiano è ormai un appuntamento fisso per la Milano del ghetto e dei sobborghi, anche se qui di Bronx non se ne vede l’ombra.

Per me che sono rimasta a Serenata Rap di Jovanotti assistere a un evento di tale portata è una buona cura anti-age. Ero abituata a considerare il rap solo quel fenomeno dai pendagli esagerati al collo, pantalone oversize con cavallo calante e improponibili scarpe da skater, il tutto condito da un paio di bombolette spray. Perché il rap va da sempre insieme allo street writing, come il pane con la Nutella. Questa convinzione è old-style almeno quanto J-Ax quando cercava di sciorinare il suo lato giovane sulle note di Loro mi dicevano. E invece arrivo al Forum di corsa dopo una coda interminabile di macchine e straccio di colpo tutti i miei pregiudizi.

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Ho capito che il rap in Italia è un fenomeno innanzitutto stiloso: aboliti i guardaroba anni Novanta. I cappellini sono rigorosamente al contrario e, qualora manchino, ci sono felpe o qualsivoglia indumento con cappuccio annesso per proteggere la nuca. Il tipico dress code è un jeans, una canotta o t-shirt, tatuaggi da bad boys, snacker e qualche monile di bigiotteria. Insomma, il tamarro 2.0. L’occhiale da sole al buio del Forum è un must per ogni MC che si rispetti. E mi verrebbe da dire a Fedez e soci: “ecco perché non riconoscete se è amore o una escort”.

Ho capito che per un evento di tale portata, con più di due ore di musica suonata live e bit ad alta velocità, non è solo una la sorpresa che esce dalla torta di compleanno. Ore 20 quando le luci si abbassano e la coppia al mio fianco ne approfitta per darsi un bacio lontano dagli occhi indiscreti dei genitori. Il Forum si tinge di blu con quelle famose lucine – queste sì retaggio degli anni Novanta – che, muovendosi avanti e indietro a tempo di bit, mi fanno sentire a casa. Robot laser lanciano Two Fingerz e respiri aria americana nella cura di uno show internazionale. Per citarli, è «la fine del mondo».

Ho capito che il rap in Italia non è solo un fenomeno, è uno Stargate generazionale. Vieni accolto da bambini, pre-adolescenti, trentenni e genitori. Uno schiaffo agli studi sociologici, quanto gli highlights di “Faccia d’Angelo” Rayden. Il motivo è presto detto. L’hip hop è riuscito a raccogliere le ceneri della scena indipendente italiana e a rinascere come una fenice da esse. Un volatile mitologico che non ha paura di dire bad words, ripulendosi le piume da qualsivoglia forma di fetore sotto al naso (tutto piuttosto radical chic). I rapper parlano dei disagi sociali, di chi ce l’ha fatta a uscire da qualche periferia.

Ho capito che i rapper sono ironici e sanno ridere delle sventure di questa vita che ti fa cadere e dalle quali ti rialzi, vedi i sottotitoli alla pagina web di Shade. Ci sono anche MC che fanno di spensieratezza e ottimismo il cavallo di battaglia e Rocco Hunt ne sa qualcosa. Anche i rapper hanno un cuore, se il 90 per cento dei loro testi parte da qualche relazione sentimentale inesorabilmente alla deriva dei continenti. Coez in materia ha scritto un compendio, più che un disco. Gli MC provano a indossare la maschera dei ragazzacci – come Caneda – ma nel petto hanno un cuore mieloso anche loro.

Ho capito, in egual misura, che i rapper tra una parola spinta e un riferimento più o meno velato a qualche sostanza stupefacente, conoscono – e bene – la grammatica italiana. Il loro vocabolario spazia tra neologismi e terminologia dal sapore retrò. Dargen D’Amico, con la sua camicetta maculata rossa e giacca, ne è il maestro, e il suo allievo Pula+ ne sta seguendo orme e stile. Un citazionismo che è anche una sorta di insegnamento culturale o banca dati verso altri artisti magari demodé come Gabry Ponte e il Piotta, dei quali per Two Fingerz si sono perse le tracce. Bassi Maestro ci catapulta alla old school del 1998 con il suo secondo album nel catalogo discografico.

Ho capito che l’hip hop conosce molto più di altri generi una sua forma democratica, se chi esce da un talent – come Danny La Home – o chi ne diventa un giudice non viene emarginato dalla scena. O se i King del rap passano la staffetta a nuove leve come Giaime. Lo scontro tra le rime che furono e le nuove metriche è servito sul bit del dj che per due ore setaccia e amplifica le basi. E non è un caso se il rap sia sempre in modalità talent scouting e questa sera all’Hip Hop Tv Bday Party di nuove leve nello squadrone dalle metriche veloci ne sono state arruolate parecchie.

Ho capito che i rapper – magari non tutti, ma sempre più – sanno anche cantare. Vedi alla voce Tormento e il suo bit melodico r’n’b vecchia scuola. Ghemon con due coristi su un funky dal sapore estivo e Briga, accompagnato da chitarra, ne seguono la scia. Mentre i Club Dogo hanno trovato la formula radio-friendly di metriche ammiccanti e basi costruite con attenzione e precisione da metronomo. Il feat con la rossa Arisa su Fragili colpisce il centro. Sono loro, insieme a Fedez, Killa e Ghemon, i più attesi. L’applausometro e le grida toccano la barriera del suono.

Ho capito che i bit della nuova scuola si chiamano extra bit per le velocità supersoniche alle quali si richiede di rappare a Weedo, tanto che Bolt sembra andare quanto una vecchia panda. I dissing servono invece solo per alzare il calore e l’empatia ma, in realtà, vige la regola del “volemose bene” tra i vari artisti. Sì, magari J-Ax invoca un dito medio ai presenti, ma sono le marachelle di un ragazzo un po’ cresciuto con il complesso di Peter Pan ancora in atto. A mettere pace tra le fazioni ci pensa Tormento. Perché se vogliamo capire la musica del futuro, dobbiamo capire quella del passato visto che la storia continua – Tormento il diplomatico dixit. E non è un caso se i rapper della nuova scuola si improvvisano imprenditori e si fondono con quelli della vecchia per creare etichette discografiche, sottotitolo alla pagina veline illuminate Fedez/J-Ax.

Ho capito che l’hip hop non è monopolio maschile, se c’è spazio per il vestitino di Baby K, rappresentante del gentil sesso.

Ho capito che prima di Jova e J-Ax c’era la Spaghetti Funky con Space One. E che oltre a singoli MC ci sono le crew come Machete Crew o Roccia Music, dove il rischio di andare fuori bit (perché la cassa non esiste) è dietro l’angolo. L’hip hop è uno status quo, uno di quei gruppi a scuola nei quali se entri in prima ne fai parte fino alla quinta. Non puoi comprarti l’ingresso. È un segno particolare sulla carta d’identità.

Ho capito che Hip Hop Tv ha inevitabilmente avuto onore e onere nel diventare quel contenitore da tubo catodico del genere, dove per ogni mano alzata ti senti parte di un universo a sé stante.

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