I Simple Minds visti a Milano sono all’altezza di quelli dei tempi d’oro

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di Massimo Longoni
Foto di Francesco Prandoni

Mediolanum Forum, Assago (Milano), 21 novembre 2015. Tribune piene e parterre colmo a tre quarti (ma questo ormai lo richiedono le norme di sicurezza) per il ritorno a Milano dei Simple Minds. L’album Big Music ha svelato una seconda giovinezza del gruppo scozzese e il fatto che oggi siano qui e non al piccolo Alcatraz, come due anni fa per il pur ghiotto tour che riproponeva i pezzi dei primi dischi, lo certifica. Un ritorno in spazi ampi che il gruppo scozzese non ha sprecato, dando vita a un concerto coinvolgente e ben strutturato, con una scaletta impostata per larga parte sui successi di trent’anni di carriera, sui quali si sono innestati pochi, ma apprezzati, pezzi nuovi (tagliando completamente via quanto fatto tra il 1995 e il 2009). E come ha detto Jim Kerr in molte interviste nei giorni precedenti questo appuntamento, la band suona meglio oggi di vent’anni fa.

Simple Minds a Milano

Dopo una abbondante dose di hit new wave anni 80 a intrattenere il pubblico, il Bolero di Ravel introduce lo strumentale che accompagna il gruppo sul palco. Si schierano tutti e arriva Jim Kerr: giacca sportiva e sciarpone al collo, saluta tutti. A vederlo così potrebbe far pensare un simpatico 50enne che si è ormai calato nella parte dell’intrattenitore in pantofole. Ma quando parte Waterfront e lui inizia a muoversi, le lancette dell’orologio vanno a ritroso di qualche decennio: le movenze sono quelle di un tempo. Il ritmo si tiene alto con Up On The Catwalk per cedere poi alle atmosfere più ovattate di See The Lights. Intanto la sciarpa è volata via. Il tempo di Celebrate e arriva il momento del primo pezzo nuovo, Blindfolded che, ce ne fosse stato bisogno, mette in evidenza come i nuovi brani non stonino affatto nel confronto con il passato: ritmica possente e la chitarra lancinante di Charlie Burchill, con Kerr gran cerimoniere. Kerr che tira un po’ il fiato, scherzando sul suo essere “già stanco”, invita a “dimenticare per una sera tutta la merda che c’è nel mondo”, presenta qualche compagno di palco. Tutto rigorosamente in italiano. E tutto prima di attaccare una versione di Mandela Day dai toni acustici. Si prosegue tra anni 80 e primi 90, con Glittering Prize e Real Life, giusto per preparare il terreno a New Gold Dream (81, 82, 83, 84), il cui crescendo finale scatena l’entusiasmo del Forum.

Nuovo cambio di abito (e attimo di riposo) per Kerr mentre la corista e polistrumentista Catherine AD ha il suo momento di ribalta interpretando al piano Rivers Of Ice, lasciando un po’ interdetto il pubblico (tra gli applausi piove anche qualche fischio ingeneroso). Il cantante torna sul palco per accennare Dolphins che è solo la miccia prima di Don’t You (Forget About Me), che chiude in gloria la prima parte dello show.

Il tempo di un panino (o di “tre aperitivi” come dice Kerr) e si riparte. Cambio della guardia tra le coriste. Ora le luci sono su Sarah Brown che dà prova del suo talento su Book Of Brilliant Things. Anche dal vivo Honest Town si dimostra uno dei pezzi più solidi di Big Music, arricchita da una base elettronica più incisiva rispetto alla versione in studio. Se l’apprezzamento dei fan per Someone Somewhere In A Summertime è scontato, è bello vedere come All The Things She Said si riveli uno dei pezzi che più trascinanti della serata. Si corre verso il finale. Prima con una perfetta Midnight Walking e poi con Let It All Come Down: falsa partenza perché Kerr non trova il microfono sul palco (“Mister Magoo!” scherza lui) per poi chiudere il set regolare in maniera insolita, all’insegna dell’atmosfera intima più che dell’energia. Ma la festa arriva con i tre bis, che il cantante di Glasgow affronta avvolto in un cappottino di tartan in perfetto stile scottish (“Dolce & Mac Gabbana” fa notare): Big Music riscalda il pubblico, Alive & Kicking lo trascina e Sanctify Yourself assesta il colpo finale.

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