Gli Incubus funzionano ancora

Incubus milano 3 giugno 2015 recensione
di Tommaso Canetta
Foto di Francesco Prandoni

Postepay Milano Summer Festival, Assago (Milano), 3 giugno 2015. Il sole sta tramontando sulle campagne industrializzate della periferia di Milano quando gli Incubus attaccano a suonare alla Summer Arena di Assago. Sono le nove e mezza, non c’è tantissima gente, più over 30 che under, il cielo di Lombardia – così bello quando è bello – si tinge di arancione intenso e contrasta col blu elettrico che comincia a baluginare per tutto il palco. Il conto alla rovescia di cinque minuti che lampeggiava sul palco si è spento da poco, le note di Wish You Were Here hanno cominciato a suonare, la gente ondeggia ritmicamente e canta con sorprendente accuratezza il testo della canzone.

Mentre il fisico asciutto e i capelli lunghi di Brandon Boyd si agitano incessantemente sul palco, la sua voce si ferma e indugia a lungo su note trattenute fino all’ultimo fiato. Ai vecchi successi seguono i nuovi, la gente non smette di cantare. Questo strano incrocio di rock, nu metal, elettronica e melodica – diventato classico – non smette di ammaliare una generazione e mezzo, quella che gli associa forse i ricordi delle prime delusioni d’amore, o delle ultime. Così ad Absolution Calling segue Are You In?, ai momenti romantici e struggenti gli assoli indemoniati di chitarra e batteria. C’è anche tempo per qualche siparietto sul palco, con Boyd che sostiene di essersi scordato più di qualche parola dell’ultima canzone e di averla sostituita con «lalalalà shibiduaua» e simili.

Le influenze elettroniche sono marcate e il rastissimo Dj scratcha e aggiunge effetti con perizia in ogni brano. In The Company Of Wolves, A Kiss To Send Us Off, Nice To Know You: la band non si risparmia, il cantante tracanna (acqua a giudicare dalla bottiglietta) come un forsennato, il chitarrista aggiusta un paio di volte la lunghezza della tracolla ma quando deve salire in cattedra sfodera virtuosismi che non ti aspetti e il bassista insegue e precede, sincopando e picchiando sulle corde. Quando batteria e basso cadono nello stesso punto sembra un’esplosione, e la voce accompagnata dalla chitarra un’eco lontana.

Il finale va in crescendo, sempre meno romanticherie e sempre più roccia e metallo. Pardon Me porta a Megalomaniac, uno dei brani più “politici” della band (da molti ritenuto un inno contro George W. Bush ma, secondo quanto dichiarato dallo stesso cantante, è un testo che può calzare a più di una persona), il gruppo esce dal palco, gli applausi e i cori lo riportano fuori: c’è tempo per il bis. Scontato probabilmente, visto che uno dei più grandi successi degli Incubus ancora manca all’appello e quando le prime note fanno capolino dalle corde della chitarra parte l’ovazione più sentita di tutta la serata: è Drive e nessuno si esime dal coro. Ultimo guizzo con A Crow Left Of The Murder e poi il silenzio, l’ultimo «Grazi» (manca sempre la «e» finale) di Boyd e la gente si allontana tra due ali di venditori abusivi di birre diversamente fredde e magliette che sapranno per sempre di concerto.

Guarda le foto del concerto qui.

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