Gli Interpol hanno ancora molto da dire: a Milano un live memorabile

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Gli Interpol hanno presentato nel loro unico concerto italiano l’ultimo album El Pintor. E hanno dimostrato di essere tornati in grande forma. La recensione della serata di Milano del 30 gennaio 2015. Foto di Francesco Prandoni

Fabrique, Milano, 30 gennaio 2015. C’è un famoso dialogo in Trainspotting, nel quale Sick Boy parla del talento. «A un certo punto ce l’hai, poi lo perdi», è la sua teoria. Poi elenca una serie di personaggi (David Bowie, Lou Reed, Sean Connery) che hanno raggiunto il successo ma poi, nonostante qualche barlume di bellezza, «hanno iniziato una ininterrotta traiettoria discendente».

Gli Interpol sono esattamente questo. Quando nel 2002 hanno esordito pubblicando l’album capolavoro Turn on the Bright Lights la scena musicale si è riposizionata su New York e loro si sono presi sulle spalle il fardello dell’eredità di Joy Division del nuovo millennio. I seguenti tre dischi hanno spento a piccole dosi l’entusiasmo iniziale. Come un paziente malato, li abbiamo visti agonizzare lentamente. E l’abbandono del bassista Carlos Dengler nel 2010 sembrava il preludio alla fine. Invece lo scorso agosto è balzato fuori un nuovo singolo, All the Rage Back Home. Rabbioso, cupo, malinconico come fosse un take perduto e ritrovato di una loro sessione di 12 anni fa. A settembre è arrivato il quinto album, El Pintor, finalmente tornato sui livelli che ci si aspetta da una delle migliori band dell’ultima decade e mezzo.

Gli Interpol sono vivi, il defibrillatore ha funzionato. Il loro concerto del 30 gennaio al Fabrique di Milano è esattamente la sensazione del dottore che esce dalla sala operatoria e dice: «Tutto bene, è forte e sta lottando». Amputati del braccio armato e della pulizia stilistica di Dengler, i tre superstiti si sono stretti tra loro ma non hanno perso una virgola in intensità. In studio è stato il cantante Paul Banks a suonare il basso, mentre  dal vivo è stato relegato in secondo piano, dando più spazio ai riff della chitarra di Daniel Kessler. Anche il batterista Sam Fogarino sembra aver ritrovato il suo ruolo determinante in questo gruppo. Suonano insieme da una vita (e si sente) ma il live aiuta soprattutto a capire che di suonare insieme ne hanno ritrovato la voglia.

Elegantissimi, come sempre, con quel look che li ha contraddistinti sin dagli esordi. Abiti scuri, camicia nera, Kessler indossa anche una cravatta: potrebbe andare alla Settimana della moda cominciasse domani. Un’altra sorpresa, sin dal primo pezzo in scaletta (Say Hello to the Angels, tratta dall’immortale primo disco) è la voce di Paul Banks. Quel suo tono nasale, un timbro unico e riconoscibile, che è rimasto perfetto come i tempi che furono. Pettinatissimo, mai fuori posto nei modi, poteva fare l’attore con quella faccia da aristocratico inglese dell’Ottocento. Le sue origini britanniche si apprezzano anche nei ringraziamenti onesti e gentili che rivolge al pubblico, quasi fosse sorpreso di rimando nel vedere che le sue canzoni sanno ancora emozionare la folla (a proposito, concerto sold-out da diversi giorni e Fabrique che si conferma tra le migliori location per i live a Milano).

Le tracce tratte dall’ultimo lavoro El Pintor funzionano benissimo. Tutte quante. Anywhere e My Desire hanno dei giri di chitarra che non hanno niente da invidiare ai cugini più vecchi dei primissimi lavori. Quasi subito Banks e soci si giocano Evil, uno di quei classici fatti per spaccare in due le serate. Fogarino coi suoi occhiali enormi da chirurgo picchia sui piatti come fosse l’unico gesto plausibile del suo mondo. Su Slow Hands quasi viene giù il locale, Banks sorride compiaciuto e non sbaglia una nota. C’è quell’energia che si crea solo in certe serate, quelle nelle quali i dettagli fanno la differenza. Per esempio 3mila persone che scandiscono il nome della band per due minuti: il gruppo apprezza di cuore, ripaga coi bis, esce e ritorna ancora per un’ultima canzone.

E nei bis infilano NYC, probabilmente una delle più belle canzoni composte negli ultimi 15 anni. C’è una frase, in quel testo, che ascoltata oggi sembra quasi un chiedere scusa per essersi smarriti per così tanto tempo. «I know you’ve supported me for a long time / It’s up to me now, turn on the bright lights» (Lo so che mi avete supportato per tanto tempo / È il mio momento, accendi le luci brillanti). Scuse accettate, per due ore gli Interpol e noi siamo tornati tutti ventenni, quando avevamo un talento da esibire al mondo e nessuna porta chiusa davanti.

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