James Vincent McMorrow sorprende con vibrazioni folk miste a elettronica e soul

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James Vincent McMorrow, con due soli album all’attivo è già una delle voci più interessanti tra i cantautori di nuova generazione. Ecco la recensione del concerto di Milano del 17 ottobre 2014.

Biko Club, Milano, 17 ottobre 2014. Il folk irlandese, l’elettronica londinese, la lentezza desertica del Texas. James Vincent McMorrow è figlio dei luoghi, osmotico inalatore delle vibrazioni dei posti dove è nata la sua musica. Faccia pulita, camicia bianca con le maniche tirate su (piacerebbe molto a Matteo Renzi), barbetta d’ordinanza e timidezza cronica. Il suo ingresso sul palco del Biko Club di Milano, dove si è esibito venerdì 17 ottobre, è stato accolto da un’ovazione del pubblico. Il cantautore di Dublino ha all’attivo solo due album. Early in the Morning, del 2010, e Post Tropical, uscito nel gennaio 2014. Dall’esordio, premiato con un EBBA (European Border Breakers Award), ha ottenuto un grande plauso dalla critica, che ha scomodato l’impegnativo paragone con Bon Iver.

Chitarra, lo-fi, malinconiche ballate folkeggianti sono un tratto distintivo di entrambi e l'(ab)uso del falsetto li accomuna. Il parallelo, a quanto si dice in giro, non piace al cantautore irlandese che nel secondo disco ha buttato dentro una bordata di elettronica e soul, finendo per somigliare a una bellissima fusione tra James Blake e Justin Vernon. Questa seconda fatica in studio, registrata dalle parti di El Paso, confine tra Messico e Usa, sa emozionare, con piccole gemme di una qualità impressionante. Il passaggio dal cantautorato acustico al soul-step emerge chiaramente dal vivo. McMorrow, tastiera al fianco e chitarra sempre in spalla, è accompagnato da tre polistrumentisti che gli costruiscono attorno un tappeto di suoni a tratti baroccheggianti.

La scaletta è il meglio dell’ancora scarno repertorio dell’irlandese, che condensa una performance tirata, senza soste tra una canzone e l’altra. I momenti migliori sono Cavalier, singolo di punta dell’ultimo disco, con una memorabile fanfara di strumenti a fiato che esalta il falsetto di McMorrow. E il testo, con quella frase «I remember my first love» è un invito a nozze per i sospiri delle tante coppiette in sala. Red Dust sembra schizzata fuori dagli anni Ottanta, Looking Out trascina con il loop del pianoforte e l’uniformità dei cori, The Lakes e Glacier sono belle prove di delicatezza da colonna sonora strappalacrime. C’è spazio anche per Higher Love, cover di Steve Winwood, che ben rappresenta il mondo di suoni ovattati e sfumati di McMorrow. Quasi si tocca nell’aria il senso di quel titolo per il suo album, Post Tropical, che non vuol dire niente ma fa immaginare, in una fresca notte milanese d’ottobre, scenari caldi, lenti e confortanti.

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