Joe Bonamassa, cuore e tecnica per una serata di puro rock blues

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Il grande chitarrista americano Joe Bonamassa, in concerto al Teatro degli Arcimboldi di Milano, ha scaldato il pubblico con un concerto di quasi tre ore. Uno show intenso e appassionante per tutti i presenti. Leggi la recensione.

A circa un anno dalla sua ultima performance live in Italia, Joe Bonamassa torna a trovare il numeroso pubblico di Milano, che negli anni lo ha sempre accolto con grande entusiasmo. Questa volta a ospitarlo è il sold out del Teatro Arcimboldi, ormai un riferimento dal vivo anche per sonorità rock a tutto volume. È il sabato del carnevale ambrosiano e anche la festa della donna: nel pubblico spunta qualche mascherina e qualche mimosa, nascosta timidamente tra i capelli. Il format scelto per lo show è l’ormai collaudato doppio set: la prima ora acustica, la seconda elettrica, con una piccola sosta in corsa per la band e uno show di quasi tre ore di show.

Stesso format, è vero, ma anche molte novità: confermata la solida sezione ritmica, Joe in questo tour si porta a spasso alcuni ospiti di eccezione, tra i quali uno spettacolare percussionista e due ex membri dei The Dubliners (la storica band folk irlandese), che con banjo, mandolini, violini e molto altro colorano e arrangiano egregiamente tutta la prima ora unplugged. Ad aggiungere qualità alla band è, al piano e tastiere, il vecchio amico Derek Sherinian, ottimo musicista dal passato glorioso, che ha recentemente condiviso con Bonamassa il fortunato progetto Black Country Communion.

La scaletta spazia tra le tante produzioni del virtuoso chitarrista americano: sono molti gli omaggi alla storia della musica, con nuovi arrangiamenti di storici pezzi  del passato. Si va dall’ infuocata Woke Up Dreaming, che apre la serata con Joe al centro del palco circondato da innumerevoli chitarre, fino al tributo a Charles Mingus con Jerry Roll e l’eccelsa versione di Stones In My Passway di Robert Johnson. Chiude la prima parte una lunghissima versione di Athens to Athens, che dal vivo prende corpo, rallenta, accelera ed esplode in uno splendido incedere finale.

Il secondo tempo del concerto è come sempre dedicato alle chitarre distorte su base blues. Il fuoriclasse statunitense si destreggia con maestria, guidando la band senza nessuna sbavatura: l’intesa dei fenomenali musicisti sul palco dona al concerto una brillantezza tecnica non priva di passione. Autorevole, fra le altre, la potenza devastante di Slow Train, la resa live di Driving Towards The Daylight e l’arrangiamento ritmico con tanto di assolo di percussioni e batteria,  nella luminosa  Love Ain’t a Love Song. Bellissima serata, in grado di appassionare, emozionare e coinvolgere, dimostrando quanto Bonamassa sia un punto di riferimento moderno per tutti gli appassionati del buon vecchio rock blues.

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