Joey DeFrancesco strega e coinvolge il Blue Note. La recensione del concerto di Milano

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Strepitosa esibizione del Joey DeFrancesco Trio al Blue Note di Milano. Il virtuoso dell’organo Hammond ha regalato un concerto superbo al pubblico. La recensione della serata dell’8 ottobre 2014.

Blue Note, Milano, 8 ottobre 2014. Un’ora e mezza di jazz, e di quello buono, al Blue Note di Milano con il Joey DeFrancesco Trio. Novanta minuti per sette pezzi. Novanta come “la paura” che fanno questi tre virtuosi – oltre a DeFrancesco all’organo Hammond e tromba, Jeff Parker alla chitarra e George Fulda alla batteria – quando si inseguono per scale di note interminabili fino a rispuntare senza fiato all’altro capo della melodia.

La sala del locale è affollata, i camerieri si aggirano indaffarati tra i tavoli mentre il pubblico osserva la mole imponente di DeFrancesco che sussulta sull’Hammond. Di questo strumento – nato negli Usa come alternativa più economica all’organo a canne per le chiese, e presto associato al blues e al jazz – il musicista italoamericano è un maestro indiscusso, considerato addirittura l’erede assoluto del leggendario Jimmy Smith.

A pezzi più forsennati se ne alternano di più lenti, o forse nello stesso pezzo succede di tutto, come in Donny’s Tune: ai pizzicati leggeri di Parker (un virtuoso che a differenza degli altri due rimane composto in modo quasi innaturale mentre suona) si alternano gli arpeggi scalmanati di DeFrancesco. E quando Fulda attacca a martellare la batteria ti ricordi perché questo strumento non possa essere relegato a un mero ruolo di “accompagnamento”.

È passata quasi un’ora quando DeFrancesco prende in mano la tromba e attacca un pezzo che striscia e fruscia tra le spazzolate sulla batteria e sembra raccontare una storia di locali fumosi e amori passati. Ogni tanto stacca una mano dalla tromba per darsi un appoggio in qualche accordo sfiorato sull’Hammond. Dopo minuti di suoni vellutati attacca l’assolo finale di tromba, giusto per far capire che, se dell’organo è una divinità, dello strumento a fiato è quantomeno un apostolo. «Tromba nuova. Il merito è della tromba, non mio», scherza dal palco DeFrancesco (in inglese, visto che per sua stessa ammissione in italiano conosce solo le parolacce).

Si passa dal jazz al funky, il pezzo parte piano e finisce forte, il pubblico finalmente viene travolto dal ritmo e le teste cominciano a ondeggiare, i piedi a battere il tempo e, dopo ogni assolo, gli applausi si sovrappongono alla musica.  Finisce all’improvviso, lasciando due secondi di silenzio e stupore prima che scatti l’ovazione.

Si torna al jazz, con The Touch of Your Lips, dove DeFrancesco canta oltre a suonare. Una voce melodiosa, stranamente dolce per un uomo della sua stazza, ma che diventa eccezionale quando spinta dal diaframma sugli acuti più tenuti. Alla voce si alterna la tromba ed entrambe le accompagna l’organo. Il pezzo finisce, il trio si alza e se ne va ma gli applausi lo riportano indietro. Ultimo brano un blues di quelli che ti prendono e che vorresti durassero per sempre. Quando finisce qualcuno grida «ancora!» ma il tempo è scaduto, la musica finita e non resta che agganciarsi alla promessa che fa DeFrancesco prima di lasciare il palco: «See you soon!».

@TommasoCanetta

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