Jovanotti a San Siro, la grande notte del fratello d’Italia

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È arrivata la prima volta a San Siro anche per Jovanotti, sbarcato a Milano il 19 giugno con lo spettacolo del suo Backup Tour 2013. Ecco la recensione del concerto.

«Che bello è, quando San Siro è pieno!». Nelle prime parole che Lorenzo pronuncia dentro il microfono più importante della sua vita c’è già tutta la storia. La storia di una serata che rimarrà il punto più alto della sua carriera (anche se «ogni giorno ha dentro di se una prima volta») e la storia di una carriera che si materializza «qui e ora», dentro due ore e mezza di grande festa. Non saprei in che altro modo chiamarla. Ha ragione, San Siro pieno è bellissimo. Il colpo d’occhio è straordinario ancora prima che lo spettacolo sul palco cominci. Donne, uomini, ragazzi, bambini piccoli e piccolissimi, coppie di ogni età e orientamento sessuale, famiglie, future mamme col pancione, padri in camicia, tamarri in canotta, hipster barbuti e tatuati, ragazzine anche loro per la prima volta allo stadio, su quelle tribune che sembrano gigantesche e che invece ti fanno stare addosso al palco. L’Italia intera è qui stasera, nel caldo infernale di una Milano che suda e sente i vestiti appiccicati alla pelle per la prima botta di afa dell’anno. San Siro è un mondo che ha dentro un mondo che ha dentro un mondo che ha dentro 60.000 mondi.

Si comincia che è ancora giorno. Il palco è imponente nella struttura che regge i tre megaschermi posteriori, che saranno protagonisti durante lo show, e nelle passerelle che s’infilano proprio nel mezzo del prato di San Siro, dove Jovanotti passerà gran parte del concerto. In mezzo alla gente, da solo. One man show è sempre stato – nonostante l’ottima e nutrita band del Backup Tour – e così sia anche per la sua prima volta negli stadi. Le note western di Django introducono la band e poi eccolo lì, con un vestito fluo che pare un ghiacciolo tre-gusti. «Ciao mamma guarda come mi diverto!», «È questa la vita che sognavo da bambino», strofe di canzoni che si parlano anche se in mezzo ci sono 25 anni. Poi Gimme Five e Non m’annoio. 15 minuti scarsi e 4 brani dopo l’inizio Lorenzo sta già tenendo in pugno San Siro. Ha già vinto. Eppure è solo un riscaldamento, il palco è ancora “spento”.

Con Tensione evolutiva comincia lo spettacolo vero e proprio. Si attivano gli schermi e, almeno per il sottoscritto, è davvero difficile staccare gli occhi da lì. Il lavoro fatto da Lorenzo e i visual artist che l’hanno seguito è una delle cose migliori della serata. Ora sono animazioni astratte, ora lavorano sull’immagine di Jovanotti in tempo reale, distorcendola, moltiplicandola, facendola a pezzetti e proiettandola in spazi astratti. Le pupille si muovono veloci per inquadrare i visual e un attimo dopo cercare Jova tarantolato da qualche parte sul palco. Seguirlo è difficilissimo perché non si ferma un attimo. Così come non si ferma un attimo l’altalena musicale sulla quale spinge il concerto. Non fai in tempo a notare che il rock di Safari è stato sacrificato sull’altare dell’elettronica che parte La mia moto in versione metal. Aspetta però, ci sono pure i fiati. Va bene, rinuncio ad annotare le scelte musicali di Lorenzo – e pure i cambi d’abito. Così com’è stato durante tutta la sua carriera, la musica rimbalza dentro San Siro come una pallina impazzita. Arriverà persino il reggae (Bella), e una marcia (Raggio di sole).

I pezzi dell’ultimo album Ora – il disco che ha consentito a Jovanotti il salto definitivo – e le ballatone (Baciami ancora e A te su tutte) registrano la più rumorosa partecipazione del pubblico, specialmente quello femminile per le seconde. Il sorriso di Jovanotti negli schermi gioca di sponda con le emozioni della gente di San Siro. Il punto è che tutte le 60.000 persone che sono qui vogliono davvero bene a Lorenzo. Non è retorica: è che Lorenzo, in tutta la sua carriera – credo di poterlo dire senza timore di smentita – ha sempre dato l’impressione di esserci, di stare vicino a tutti, di avere una parola per tutti. Come un fratello. E ai fratelli si vuole bene, sempre. Qualcuno potrebbe apostrofarlo come trionfo del buonismo, qualcun altro sarà nauseato da tanto miele, ma l’atmosfera è questa e starci dentro non è poi così male.

Esco dallo stadio dopo aver speso le ultime gocce di sudore per ballare le ultime canzoni (a proposito, scaletta perfetta). Il più grande spettacolo dopo il Big Bang, L’ombelico del mondo, Ragazzo fortunato e Penso positivo sono un poker d’assi servito che sbanca il tavolo. Dentro, la gente canta ancora le note di Tensione evolutiva. Il coro mi accompagna fino alla macchina e solo quando chiudo la portiera e accendendo l’aria condizionata al massimo della potenza smetto di sentirlo. Le vibrazioni positive che mi ha lasciato addosso il concerto mi seguono fino a casa. «Voglio dire una cosa a proposito della situazione che stiamo vivendo. Sento, credo, che ce la faremo. Ce la faremo!». Ce la faremo davvero? Ce la farà davvero l’Italia? Stasera ce l’abbiamo fatta, fratello Lorenzo, ed è già una grande cosa. Domani è un’altra storia.

@DanieleSalomone

Leggi l’intervista a Jovanotti sulle pagine di Onstage di giugno, sfogliabile gratuitamente da qui.

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